You are currently browsing the tag archive for the ‘letteratura’ tag.

Tutto è cominciato lì, su quell’isola; il moderno romanzo d’avventura, intendo. Quando Daniel Defoe (1660 – 1731) scrive il romanzo della maturità (aveva già 58 anni) il mondo ne aveva proprio bisogno. Presentò il suo naufrago (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, per usare la versione abbreviata) come un memoriale, una storia vera, più che un’avventura. In effetti il romanzo prende le gesta, supposte vere, del marinaio Alexander Selkirk che Defoe condisce con generose dosi di invenzione letteraria ed è veramente colmo di informazioni, in quanto il personaggio prima di arrivare all’isola che lo ospiterà come naufrago per 28 anni passa molto tempo a viaggiare tra pirati e mercanti in mari tropicali.

Frontespizio della prima edizione del Robinson Crusoe

Stupisce che di questa storia, la quale è una di quelle che ha scandito la crescita di molte generazioni, alla fin fine le versioni cinematografiche siano veramente limitate. O meglio, è la riprova che ciò che era un bisogno per la nascente borghesia del XVII secolo (affamata di informazioni sui nuovi luoghi del pianeta), non lo è più per quelli del XX.
Ha inizialmente affascinato niente meno che Georges Méliès nel 1902 e, se non teniamo conto della spumeggiante commedia con Douglas Fairbank degli anni ’30, fino agli anni ’50 nessuno si è più cimentato. E quello che ci ha provato è Luis Buñuel (Las aventuras de Robinson Crusoe), firmando una versione surrealista, come suo fare. Poi, negli anni ’60, la televisione francese si impossessa del soggetto e ne fa una trasposizione trasmessa praticamente in tutta Europa, Italia compresa. Molti di noi sono cresciuti con le puntate trasmesse in quella fascia che allora era la “TV dei ragazzi”.
Negli anni ’80 Crusoe diventa un venditore di schiavi nel film diretto da Caleb Deschanel (Crusoe, 1989) che vede per protagonista Adain Quinn, impegnato comunque a sopravvivere ai cannibali su un isola delle Seychelles dove incontra l’immancabile Venerdì; una storia palesemente differente da quella di Defoe, che viene più frequentemente scordata dalla critica, che ricordata.
Nel 1997 altri due registi ci provano a portare sullo schermo il romanzo che ha dato il via al genere letterario d’avventura, e per farlo si mettono insieme; Rod Hardy e George Trumbull Miller filmano il loro Robinson Crusoe in un isola della Nuova Guinea, facendovi naufragare un maturo Prince Brosnan (che è un irlandese, anziché britannico) per emulare le gesta del più britannico degli avventurieri. Il film è un adattamento abbastanza libero dell’opera di Dafoe, con differenze veniali rispetto al romanzo dettate più che altro da esigenze di copione; spicca su tutte le forzature veniali il ribaltamento della linea teologica tenuta da Defoe, che dipingeva un Crusoe effetto da un puritanesimo in linea con il periodo in cui fu scritto; nel film invece si può apprezzare l’atteggiamento accondiscendente con il quale egli accetta le credenze religiose del fido Venerdì. Anche qui, colpa della trasposizione in tempi moderni, più consoni ad allargare le braccia in un fraterno abbraccio di quelle dei colonizzatori del 1700.

Il Robinson Crusoe di Prince Brosnan nella pellicola del 1997.

Il personaggio di Dafoe è comunque un osso duro da dover digerire, per chiunque, nei tempi moderni. È certamente uno dei personaggi letterari più difficili da addomesticare al grande schermo. Meglio si presta ad adattamenti dell’idea, e infatti di naufragi è pieno il cinema. Esempio più eclatante è la lettura in chiave moderna che ne fa Zemeckis con il suo Cast Away del 2000; nella parte centrale della trama fa vivere a Tom Hanks una dinamica decisamente simile a quella di Robinson Crosue. Ma con il cipiglio americano, anziché britannico. Se il personaggio di Robinson Crusoe ha atteso pazientemente (?!) o comunque in modo forzato su un’isola più o meno deserta per 28 anni che qualcuno venisse a prelevarlo, il Chuck Noland di Zemeckis affronta con determinazione e ingegno il mare, il vero elemento che gli nega la fuga, riuscendo così a fuggire con le sue forze dall’isolamento per essere salvato in alto mare.
L’irruenza yankee, ancora una volta, ha prevaricato la compostezza britannica.

(Articolo pubbicato sul n.39 di Io Come Autore)

Annunci

Si racconta che i soldati americani inviati al campo di Dachau nell’aprile del ’45 si trovarono nel dilemma di come riuscire a non provocare più danni di quelli perpetuati dai nazisti. Nel senso che il livello di malnutrizione dei detenuti era talmente elevato che fu impossibile prendere le migliaia di scheletri ambulanti che ciondolavano nel campo di concentramento e metterli semplicemente a tavola per rifocillarli; la loro fisiologia avrebbe totalmente rifiutato l’ingestione di alimenti solidi. Si dovette procedere perciò per gradi al fine di non provocare devastanti danni da malassorbimento (la disbiosi in primis).
L’intestino umano – ma anche quello animale, pur in misura differente – è ricco di flora batterica che serve anche alla salvaguardia della barriera intestinale, a sostenere le difese immunologiche, a promuove la digestione e l’assorbimento, oltre a produrre vitamina K e vitamina B12. Insomma, ci fa stare bene, e se uno non mangia tutta questa microflora mica prolifera. Anzi.
Lo sapeva bene anche Proust che nella recherche infarcisce le pagine di pranzi e cene, consacrando così l’importanza della funzione della nutrizione per l’uomo, perennemente assillato dalla necessità che per sopravvivere deve nutrirsi.
Ciò che affascina in Proust è il senso di nullità che traspare dalla sua opera – intendo la Recherche nel suo insieme. ovviamente – e che prima o poi il lettore incontra nelle tremila pagine; magari lo sfiora delicatamente e passa oltre, oppure lo impatta violentemente senza più abbandonarlo. Perché il tempo deve essere perduto? E cos’è infine il tempo? Che ruolo gioca la memoria? Be’, insomma, uno prima o poi nella lettura dei sette volumi, finisce che se lo chiede: è il caso che io impieghi il mio tempo diversamente?
A dar retta a Nietzsche, del resto, la civiltà moderna è in perenne bilico tra gli atteggiamenti razionali ed equilibrati e quelli dionisiaci, istintivi e irrazionali. Per cui anche interrompere la recherche per andare a far quattro salti e trasgredire a ogni ordine costituito, fa parte della ricerca dell’illuminazione.
Di nichilista in nichilista si arriva poi magari a Dostoevskij, che in fatto di atteggiamenti ribelli ne sapeva raccontare di belle (di storie, intendo) se è vero che lo definivano “artista del caos”. Ma anche lui era alla ricerca di qualcosa, tipo la verità.
Insomma, non c’è da stupirsi se questi tre autori facciano parte della formazione culturale di molti; trattano di temi importanti, che uno comunque nella propria vita ha già affrontato o che prima o poi deve affrontare.
Fa quasi tenerezza dunque, scoprire che anche un artista del calibro di Vasco Rossi ci sia arrivato; il nostro si è infatti premurato di diramare l’informazione che, sul suo comodino, in questi ultimi tempi, i tre autori appena menzionati non mancano mai. Anzi, sono diventate le sue letture preferite.
Spero che presto incontri qualcuno che gli chiarisca che, letture come quelle, rischiano di essere come il cibo per gli internati di Dachau: il malassorbimento può fare più danni che l’astinenza.
Non me me voglia il Blasco, che come cantautore rimane tra i miei preferiti, se lo tiro in ballo per la seconda volta in poco tempo, ma se l’è cercata lui. E non me ne vorrà di sicuro anche perché quest’articolo non lo leggerà mica.
Ma sta di fatto che anche lui come molti ha abboccato all’amo e ha deciso di mettere le didascalie alle foto delle propria vita; passi per il mio di album dei ricordi, che nessuno sa chi sono e se finisce in mano agli alieni che faranno gli scavi archeologici sul terzo pianeta del sistema solare, tra qualche migliaio di anni, se io metto le didascalie alle mie foto semplifico loro il lavoro. Ma un artista famoso: boh…?!
A questo punto ho forse sbagliato a pensare che Vasco si considerasse un artista, perché se fosse vero farebbe parlare la sua arte e basta. Se invece trova il tempo di “dire la sua” sulla sua vita (rif. “La versione di Vasco”, ed Chiarelettere, 2011), prendendo a citare aforismi di autori ridondanti che non fanno parte della sua esperienza culturale, significa che c’è qualcosa che non va. Significa che ha paura di subire la stessa sorte del brontosauro, il sauro che non esiste, ma che orami è entrato nell’immaginario comune. Prima che i paleontologi facciano tremendi errori, sembra si sia detto, è meglio che fornisca io tutti i dettagli per l’identificazione e la catalogazione delle mie spoglie. Roba da ragionieri; il diploma dell’Istituto Tecnico Commerciale del resto ce l’ha (sigh!). Ma non mi fermo mica lì; intanto che ci sono faccio anche capire che mi son messo a sfogliare libri, visto che così fan tutti.
Pensandoci, però, quello che ho detto fino ad ora non è mica vero. Perché non è mica un libro vero quello che Vasco Rossi ha dato alle stampe. Di quelli che uno si mette lì e lo progetta – mica da solo, si può fare anche aiutare, gli editor delle case editrici esistono anche per quello – e poi comincia a scriverlo pagina dopo pagina finché non giudica che arriva il punto di scrivere “Fine”. Non è mica vero perché quello che ha raccolto Vasco Rossi è uno zibaldone di pensieri.
Ora, per carità, nessuno si alteri. Lo zibaldone è diventato nella prima metà dell’ottocento un tipo di composizione che ha affascinato persino il Leopardi. Per cui non è mica una cosa di cui ci si deve vergognare, scrivere uno zibaldone. Anzi, per il Leopardi, il suo di zibaldone è servito a farci capire meglio i Canti e le Operette morali. Per cui bravo il Blasco che ha fatto suo il concetto è ha dato alle stampe i suoi “pensieri da provocatore”. Probabilmente ci sta.
Così come ci sta che si definisca un “social rocker”, spero non solo in onore della scoperta dell’esistenza di Facebook fatta da lui qualche mese fa, ma piuttosto in virtù del fatto che le sue canzoni un impatto sul sociale di un certo tipo l’hanno pur avuto. Altrimenti è solo il caso di dire che il brontosauro Blasco è passato anche lui al 2.0, non tanto perché sa cosa ci può fare, ma solo perché se non lo fai c’è il rischio che non ti caghi più nessuno.
Scordando che gli artisti devono mantenere in una certa misura l’ambiguità. Sono i ragionieri che non lo devono fare.

(Articolo pubbicato sul n.32 di Io Come Autore)

…e uno per tutti; a cominciare dai numeri, la storia scritta da Alexandre Dumas nel 1844 (I tre moschettieri, Les trois mousquetaires) è ingarbugliata. I moschettieri saranno anche tre, ma il protagonista principali della storia è uno, che moschettiere non è e che, anzi, passa quasi tutto il tempo della storia a cercare di diventarlo e a rincorrere i tre che, invece. moschettieri lo sono già da un pezzo e ne sono perfino stufi. Forse è per questo che il primo romanzo della trilogia ha questo titolo, o forse perché Dumas aveva capito che “I quattro moschettieri” non sarebbe filato per niente bene.
Alexandre Dumas (padre) la sapeva lunga; magari non sarà stato un fine letterato – le sue storie sono zeppe di periodi troppo lunghi e con frequenti ripetizioni, al limite della ridondanza – ma nelle sue opere hanno preso vita personaggi che ancor oggi hanno la capacità di penetrare e fissarsi nell’immaginario popolare: dal Conte di Montecristo ai tre moschettieri, con D’Artagnan in testa per l’appunto.

La filmografia dei tre famosi soldati della Guardia creata di Luigi XIII romanzata da Dumas, è abbastanza lunga, ma praticamente nessuno – tranne uno – degli autori dei vari adattamenti cinematografici se l’è sentita di riprodurre fedelmente la trama del famoso feuilleton francese. Troppo lunga, troppo complessa, troppi personaggi intrecciati per poter rinchiudere tutto nel centinaio di minuti di un lungometraggio. Nel romanzo – che in realtà è il primo volume di una trilogia – si possono riconoscere almeno tre blocchi distinti: la vicenda della collana, la ricerca dei moschettieri dispersi inframmezzata dagli intrighi di Milady e lo scoppio della guerra con l’Inghilterra con tutte le altre vicende che coinvolgono ancora Milady fino alla nomina di D’Artagnan luogotenente dei moschettieri. Questo solo nel primo romanzo; tra il 1845 e il 1850 Dumas scrive anche i due seguiti: Vent’anni dopo e Il visconte di Brangelonne. Una corposa trilogia, non tanto per il numero di pagine, ma in quanto dense di avventura e colpi di scena.
La maggior parte dei film che prendono ispirazione dal primo romanzo, dunque, non si spingono oltre la prima parte, quella della collana di diamanti donata dalla regina a lord Buckingham. Il primo adattamento che vale la pena di essere ricordato – perché in verità in precedenza ve ne furono altri due, nel 1909 e nel 1916 – è senza dubbio quello del 1921 di Fred Niblo con Douglas Fairbanks nel ruolo del guascone D’Artagnan; 120 muniti di film muto, che vederlo adesso sarebbe una vera prova d’amore nei confronti della settima arte. Arriva poi il sonoro e di film se ne fanno almeno un altro paio, ma bisogna arrivare fino al 1948 per vedere finalmente la storia completa in una pellicola di 125 minuti: il film è diretto da George Sidney ed è interpretato da Lana Turner, Gene Kelly, Angela Lansbury, Vincent Price. Ma ci si perde nell’intreccio di protagonisti stellari e nella velocità con la quale tutta la storia viene trasferita sulla celluloide.
Per i successivi vent’anni la storia di Dumas sembra infatti spaventare al punto che nel pieno splendore della diffusione televisiva non se ne fanno nemmeno in forma di sceneggiati; è sì che la storia si presta bene, essendo un romanzo d’appendice, cioè pubblicato a puntate.
Il più coraggiosos sembra essere Richard Lester che nel 1973 firma la regia di un film tagliato sulla solita prima parte, ma che negli anni successivi mette il seguito in altre due pellicole. Per certi versi è forse il film più bello fatto fino ad oggi, con uno strepitoso Oliver Reed nel ruolo di Athos e un cast di tutto rispetto per gli altri protagonisti.
E qui la storia potrebbe essere finita, perché nei quarant’anni che seguono il romanzo di Dumas è stato usato come base per delle pellicole che quasi nulla hanno a che fare con la storia: da un cardinale Richelieu che trama per impossessarsi del trono di Francia fino ai moschettieri in puro stile steampunk del nuovissimo film di Paul Anderson. A onor del vero, forse quest’ultimo, sarebbe anche piaciuto ad Alexandre Dumas (padre), nato nel 1802 e morto nel 1870, maestro del romanzo storico, amico di Garibaldi, instancabile viaggiatore e prototipo del romanziere moderno.

 

Pubblicato sul n.30 di Io Come Autore.

Non è mica semplice scrivere un romanzo umoristico; ritengo sia più semplice inserire dell’umorismo in una storia. L’elenco dei romanzi umoristici non è perciò così ampio come uno potrebbe credere e dunque gli adattamenti per lo schermo non sono poi così numerosi. Potrebbe sembrare una contraddizione, in quanto di umorismo al cinema se ne vede parecchio, ma in realtà solo in pochi casi si tratta di un adattamento da romanzi.
La vena umoristica di uno scrittori attinge molto efficacemente alla sua realtà quotidiana, amplificando e distorcendo le frenesie della società in cui vive: non è cambiato nulla da Aristofane a Mark Twain. Molti ci provano e pochi ci riescono. Fortuna che l’umorismo di qualità è da sempre riconoscibile; nella tensione comica che la storia riesce a mantenere, nelle sfumature originali dei personaggi, nel lessico (fare umorismo senza parolacce credo che sia un esempio di stile oltre che di intelligenza).

Credo che l’esempio più efficace da citare di transazione dalla carta alla pellicola, sia la saga “Mondo piccolo” di Giovannino Guareschi che ha per protagonisti Peppone e don Camillo: una dozzina circa di romanzi, la metà dei quali portata in pellicola, che vedono nei panni del sindaco e del curato sempre gli stessi attori (Gino Cervi e Fernandel). Tranne l’ultimo film, incompiuto per via della morte del celebre caratterista francese.
Questo ciclo è il classico esempio di come il cinema sia riuscito a dare fame e gloria ai romanzi, più della stampa; dei romanzi scritti da Guareschi a iniziare dal 1948, solo tre infatti furono pubblicati con l’autore ancora in vita. Tutti gli altri sono stati dati postumi alle stampe (dopo il successo dei primi film) e solo cinque sono stati adattati in pellicola in un periodo di oltre dieci anni (dal 1951 al 1965).
La vena umoristica italiana (soprattutto nel secondo dopoguerra) è stata di una fertilità impressionante. Senza citare troppi nomi, basterebbe ricordare un giornalista e scrittore come Achille Campanile, del quale non sono stati utilizzati romanzi precisi, ma del cui contributo come sceneggiatore e soggettista il cinema ha ampiamente fatto uso nei vent’anni passati dal 1940 alla fine degli anni ’60.
Gli scrittori fanno umorismo a tutti i livelli e soprattutto in tutti i generi letterari. Come l’umorismo un po’ rigido e compassato di Gram Greene che nel 1958 scrive “Il nostro agente all’Avana” (Our man in Avana), un romanzo portato mirabilmente sullo schermo l’anno successivo con Alex Guinness nei panni del protagonista; l’autore inglese, in piena guerra fredda, satireggia tutto il sistema spionistico internazionale, amplificando pregi e difetti degli uni e degli altri. Sempre nel 1958, anche il romanzo “Missili in giardino” (Rally round the flag. Boys!) di Max Shulman viene portato sullo schermo con la coppia Paul Newman e Joanne Woodward tra i protagonisti, in una commedia puro stile anni ’50 che mischia amore, american way of life e patriottismo alla berlina, in modo vitale e ritmato.


Nei quarant’anni passati dalla fine degli anni sessanta al nuovo millennio, cinema e letteratura sembrano abbiano vissuto diligentemente come separati in casa; forse perché gli scrittori trovano ormai più redditizio scrivere direttamente le sceneggiature anziché farle transitare prima in libreria. Sfugge alla regola la scrittrice britannica Helen Fielding che nel 1995 porta in libreria “Il diario di Bridget Jones!” (Bridget Jones’s Diary), omaggio moderno alla prosa di Jane Austen, offrendo lo spunto a Sharon McGuire per realizzare nel 2001 una pellicola molto britannica, con attori di grosso calibro come Renée Zellweger (in odore di Oscar), Colin Firth e Hugh Grant. Grande successo, più del film che dei romanzi, tanto da convincere i produttori cinematografici a proporre anche il seguito del primo romanzo; quasi un sequel!
Insomma, sembra che al cinema ridersela con le opere umoristiche di grandi autori della letteratura sia un’impresa non tanto facile. Forse è vero quello che ripeteva Groucho Marx, uno che con l’umorismo in pellicola c’ha campato per tutta la vita: “Trovo che la televisione sia uno strumento molto educativo: ogni volta che qualcuno accende l’apparecchio vado nella stanza accanto a leggere un libro.”

 

(Pubblicato sul n.23 di Io Come Autore)

Certe opere letterarie stanno proprio strette in una pellicola cinematografica. Un po’ per la lunghezza, un po’ perché ci sono tanti personaggi, ma a volte sopratutto per una questione di ritmo. Certe storie non possono essere racchiuse nello scarso centinaio di minuti di una pellicola e uno scrittore, quando scrive una storia, non attiva certo il tassametro…
Senza farlo apposta però, certi scrittori, sembra abbiano scritto appositamente le loro opere per stimolare altri a portare le loro opere sullo schermo: sceneggiatori e registi si mettono perciò di buona lena per addomesticare il ritmo che c’era nella testa di uno scrittore quando ha scritto la novella o il romanzo. Che non sempre sono l’ideale per un adattamento cinematografico, il quale ha le sue regole, i suoi limiti e le sue esigenze commerciali.
Ad esempio, tutto pensava Jules Verne (1828 – 1905) fuorché scrivere una storia per il cinema, quando nel 1873 terminava di scrivere uno dei libri che sarebbe divenuto un romanzo di avventure tra i più famosi al mondo: Le tour du monde en quatre-vingts jours, titolo mirabolante che è quasi impossibile tradurre in modo errato in qualsiasi lingua del pianeta. Un libro avventuroso di non facile adattamento, ma che comunque ha visto quattro trasposizioni cinematografiche (tra cui il “Giro del mondo in 80 giorni” del 1956 diretto da Michael Anderson con David Niven, che ha vinto cinque Premi Oscar e due Golden Globe), una serie televisiva nel 1989 e dal 1938 a oggi almeno sei pellicole animate. Neanche poi tante, se messe a confronto con altre opere dello scrittore francese.


In tutti i casi, comunque, si è dovuto patteggiare parecchio per definire un adattamento che potesse essere soddisfacente. Le opere di Verne, sia quelle dei viaggi straordinari che le altre, sono in genere poco complesse dal punto di vista della trama (nel senso che sono lineari), ma comunque articolate e dense di accadimenti e colpi di scena; non sempre regista e sceneggiatori hanno dimostrato di avere i giusti attributi per poterne trarre qualcosa di decente. Meglio usarle allora come ispirazione, e a volte il risultato è stato più che lusinghiero. E la traettoria dal libro al cinema non sempre è stata lineare.
Un esempio può essere un film come “Sahara” del 2005 (con Penélope Cruz e Lambert Wilson) che riprende numerosi elementi dal romanzo L’étonnante aventure de la mission Barsac (La strabiliante avventura della missione Barsac); si tratta nientemeno che dell’ultimo romanzo di Verne, in realtà scritto dal quinto capitolo in poi a due mani con il figlio Michel. Alcuni degli elementi nel film (ad esempio la città industriale nel bel mezzo del deserto, sul fiume Niger) non sono stati presi direttamente da Verne, ma bensì dall’omonimo romanzo di Clive Cussler, il quale però si è ispirato all’opera di Jules Verne. Nel romanzo dello scrittore francese, infatti,  si racconta di una spedizione in Africa, vicino al fiume Niger, che affronta sempre maggiori difficoltà man mano che si addentra nella regione africana, finché non giunge a una misteriosa città: Blackland. Una storia che mescola l’avventura con il poliziesco.


Insomma, le triangolazioni per ritrovare Verne nelle pellicole cinematografiche moderne sono lecite e indispensabili, ma soprattutto passano anche attraverso anche altre opere letterarie. Come a sancire il fatto che le storie immaginate nel XIX secolo da uno scrittore francese sono ormai divenute patrimonio culturale che va ben al di là del suo tempo.

(Pubblicato sul n.19  di Io Come Autore)

…Brush up your Shakespeare,
Start quoting him now.
Brush up your Shakespeare
And the women you will wow…
(dal musical di Broadway “Kiss Me Kate”, musica di Cole Porter, 1948)

Ci sono autori che più di altri sono di attualità in qualsiasi periodo della storia dell’uomo gli si voglia leggere e considerare. Forse nessuno più del bardo di Stratford-On-Avon risponde a questa regola.
Che Shakespeare sia esistito o meno – tralasciamo qui la lunga e intricata querelle iniziata da un’affermazione di Alphonse Allais, il quale sospettava che a firmare le opere con questo pseudonimo fosse solo uno sconosciuto che avesse tale nome – poco ci importa.
Le opere – le avesse scritte anche il demonio – ci sono e rimarranno. Così come rimarranno le oltre cinquanta pellicole che dal 1900 (il primo: Amleto, regia di Clément Maurice, protagonista Sarah Bernhardt nel ruolo del principe) ad oggi sono state più o meno fedelmente adattate dalle sue opere.

Dall’inizio del XX secolo a oggi, molti attori sono stati legati in maniera quasi indissolubile alle opere del Bardo, passando dal palco teatrale (come è stato per Sarah Bernhardt, ma anche per Laurence Olivier) all’obiettivo della telecamera. Per molti Shakespeare è stato una sorta di marchio di fabbrica (come per John Gielgud, Richard Burton, Vittorio Gassman e la coppia Emma Thompson, Kenneth Branagh), per altri è stato un’interpretazione importante tra le altre, e penso a Marlon Brando, Mel Gibson e Leonardo Di Caprio. Alcuni, invece, ci sono arrivati più tardi come ad esempio Al Pacino che nel 1996 trasforma il suo “Riccardo III” in una sorta di dibattito sulla tragedia shakespeariana e sull’attualità della sua messa in scena. Sembra che tutti, prima o poi, debbano trovarsi faccia a faccia con lui, per leggerlo, interpretarlo e rimanerne arricchiti.
La storia d’amore tra Shakespeare e il cinema nasce però fin dai primi passi del muto, a dimostrazione che ciò che attrae di queste opere non sono solo i “pentametri giambici” che danno ritmo e armonia ai suoi versi, sia si parli dei famosi sonetti o delle produzioni per il teatro. Shakespeare, chiunque sia mai stato, è riuscito a trasferire la sottigliezza e la sfumatura ricercata, anche nella trama delle sue opere, sempre attuali e significative, in quanto pongono al centro della storia l’uomo.
Al punto che non è un’opera impossibile ambientare “Romeo e Giulietta” nell’Upper West Side di New York e dare così modo a Leonard Bernstein di firmare il musical “West Side Story”, portato poi sullo schermo nel 1961 da Jerome Robbins e Robert Wise. Oppure trasferire “La tempesta” dal pianeta Terra ad Altair IV con il film “Il pianeta proibito” del 1956 diretto da Fred McLeod Wilcox.

In mezzo ci stanno una quantità impressionante di pellicole che vedono l’adattamento di numerose opere di Shakespeare, in versioni fedeli o modernizzate, ma anche pienamente “infedeli” all’originale.
Neanche a dirlo: di gran lunga preferito risulta essere la tragedia amorosa dei ragazzi di Verona, seguito mica tanto neanche a ruota dal principe di Danimarca. Tutti gli altri a venire; c’è perfino qualcuno che ha messo in pellicola tragedie come Cimbelino, Misura per misura (nel 1913) e più recentemente (nel 1999) Pene d’amor perdute; quest’ultima da Kenneth Branagh nel suo tentativo di portare l’opera omnia shakespeariana sullo schermo (ben dodici sono i film tratti da tragedie e commedie del Bardo, che l’attore/regista britannico/irlandese ha portato sullo schermo).
Ma non gli basterà una sola vita, per cui soccomberà miseramente (endecasillabo giambico?); l’opera di Shakespeare, anche se è tutta farina del sacco di un solo autore, non potrà mai essere cotta da un’unico fornaio.

(Pubblicato sul n.18 di Io Come Autore)

Esistono autori che sono un po’ come il miele per gli orsi; gli orsi in questo caso sono sceneggiatori e registi. Autori come Arthur Conan Doyle che, tra le centinaia di opere scritte in 71 anni di vita e almeno una cinquantina passate davanti a una macchina da scrivere, rischia di essere ricordato solo per il suo personaggio più famoso: l’investigatore Sherlock Holmes. E di ciò, parte della colpa, è senz’altro da attribuire alla settima arte.

La filmografia che ha per protagonista l’iniziatore del genere letterario del giallo deduttivo è considerevole, molto più ampia quasi dell’opera letteraria che lo riguarda in quanto le opere di Conan Doyle sull’investigatore londinese sono quattro romanzi e una cinquantina di racconti. Dagli anni ’30 a oggi Sherlock Holmes ha però visto almeno 25 pellicole ispirate direttamente alle opere di cui è protagonista sull’investigatore londinese, di più se contiamo tutte quelle che non sono mai state tradotte e distribuite in Italia; da quelle rimaste nella memoria collettiva di Basil Rathbone, fino alle ultime in ordine di tempo in cui Robert Downey Jr. assume i toni e la figura dell’investigatore.
Per non parlare delle serie TV degli anni ’80 che vedeva Jeremy Brett nei panni del famoso detective e di quella in corso di programmazione iniziata nel 2010 dalla BBC che però proietta Holmes ai giorni nostri. Perfino noi in Italia, siamo riusciti a fare nel 1968 uno sceneggiato interpretato da Nando Gazzolo ispirato a un paio di opere di Conan Doyle.
Non sono poi così tanti i personaggi letterari si prestano alle trasposizioni, ma Sherlock Holmes è senz’altro tra quelli che meglio si presta. Al punto che come personaggio è servito anche per un significativo numero di pellicole nelle quali la sua figura è presa come esempio o parodia. Da “Sherlocko… investigatore sciocco” del 1962 e interpretato da Jerry Lewis, a “Sherlock Holmes in China” del 1994, di Wang Chi e Yunzhou Lui, passando per pellicole quali “La vita privata di Sherlock Holmes” diretto nel 1970 da Billy Wilder, “Il fratello più furbo di Sherlock Holmes” diretto nel 1975 da Gene Wilder, oppure “Piramide di paura” del 1985 in cui compare un giovane Holmes adolescente. Senza contare poi tutti i film di animazione ispirati dall’investigatore e prodotti dalla Disney e in numerose serie anime giapponesi.
Insomma: miele per gli orsi. Al punto che sceneggiatori di tutte le razze e di tutti i colori utilizzano pregi e difetti del povero Sherlock per tratteggiare i loro personaggi; basta citare il dr. House, per esempio come caso recente. Sì, perché Sherlock Holmes si presta a essere sia trasposto nel tempo sia a subire metamorfosi, come appunto nel caso del dr. House, un moderno indagatore che prende dichiaratamente e scopertamente ispirazione dall’investigatore vissuto a cavallo tra i due secoli passati. Ma l’aspetto più paradossale, se volgiamo, è che a sua volta Arthur Conan Doyle nel tratteggiare il personaggio di Sherlock si sia basato su un medico scozzese che utilizzava un metodo scientifico e l’analisi deduttiva, da lui incontrato in gioventù, quando fece praticantato come medico all’ospedale di Edimburgo.
Sherlock Holmes può essere usato in tutte le situazioni, anche per creare gustose speculazioni.
Nella pellicola “Due cavalieri a Londra” del 2003 (sequel di “Pallottole cinesi” del 2000) con protagonisti Jackie Chan e Owen Wilson, ancora una volta incontriamo il nostro investigatore. O meglio: i protagonisti incontrano Arthur Conan Doyle che fa l’investigatore per Scotland Yard, ma che medita di mettersi a fare lo scrittore: quando i protagonisti vanno al castello di campagna di Rahtbone, l’attore Owen Wilson usa il nome di Sherlock Holmes, cosa che piace molto all’ispettore Doyle tanto che lo userà per i suoi racconti polizieschi.Vizi e virtù di Sherlock del resto sono riscontrabili in molti personaggi della cinematografia, in quanto la misantropia, la genialità e l’incapacità di gestire le più basilari relazioni sociali, fanno spesso da contorno e vengono conditi in tutte le salse.

L’ingordigia di sceneggiatori e registi, poi, ha anche decretato che nell’immaginario comune Sherlock Holmes assumesse anche una connotazione differente che non nei romanzi e nei racconti. Ad esempio, per molte persone, la figura dell’investigatore è legata alla famigerata esclamazione «Elementare, Watson!», che però viene proferita solo nella scena finale del film The Return of Sherlock Holmes del 1929 (regia di Basil Dean con protagonista Clive Brook) che ha l’unico pregio di essere il primo film sonoro sul personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle nel quale sono ripresi liberamente alcuni temi tratti dalla raccolta di racconti pubblicata nel 1905.
Da quel momento ha poi dilagato in tutti i sequel, diventando presto il tormentone caratteristico dell’investigatore. Nell’opera di Doyle, però, non vi è traccia delle frase e il momento che si avvicina di più è uno scambio di battute tra Sherlock e l’inseparabile Watson nel racconto breve The Crooked Man del 1893. Oppure nel “Mastino di Baskervilles” nel quale compare la frase «Interesting, though elementary».
Quanto, questa licenza degli sceneggiatori, abbia contribuito a conferire a Sherlock Holmes una buona dose di antipatia e supponenza senz’altro immeritate, meriterebbe un’analisi più approfondita. Certo è che l’adattamento di un’opera letteraria, ancora una volta, dimostra il rischio a cui va incontro lo scrittore nel vedersi ricordato anche, e forse soprattutto, per ciò che non ha detto o fatto dire ai suoi protagonisti.

(Pubblicato sul n.11 di Io Come Autore)

Non credo, tranne rare e particolari occasioni, che uno scrittore quando scrive una storia debba pensare che la sua opera possa diventare un giorno il soggetto per un film.
Sei uno scrittore, stai scrivendo un romanzo. Non è che ti viene in mente di scriverlo come fosse una sceneggiatura. Magari non sai nemmeno cos’è una sceneggiatura.
Poi però il romanzo viene pubblicato. Qualcuno (molti, tanti, pochi, chissà) legge la tua opera e gli viene l’idea di farci un film. Da quel momento si entra in un altro universo, come se fosse un continuum spazio-temporale alternativo…
Cosa succederà della tua opera è più o meno un evento che è ormai è posto nelle mani degli dèi.

Caso uno: sei stato così bravo a scrivere che praticamente oltre a un libro di successo hai impostato la sceneggiatura del film. È il caso di molte opere letterarie importanti e non mi permetto di fare certo un elenco, perché credo che chiunque sia vissuto sul pianeta Terra negli ultimi duemila anni, sia andato da qualche parte a imparare a scrivere e far di conto, per poi ogni tanto trovare il tempo di andare al cinema, l’elenco se lo possa fare da sé.
Se l’opera letteraria ha un impianto solido, per gli sceneggiatori il lavoro di adattamento è una questione di stile. Prendiamo un opera come “Orgoglio e pregiudizio” di Janet Austin (Pride and Prejudice, pubblicato nel 1813). Dal 1940 a tutt’oggi, tra cinema e televisione ha conosciuto 12 adattamenti. Non li ha avuti la Bibbia (!) che tecnicamente è stata portata sullo schermo solo due volte (nel 1920 e nel 1966). Va be’, ok, non è forse l’esempio più corretto, scendiamo allora di qualche gradino e troviamo un autore come Charles Dickens, che di opere letterarie ne ha scritte una gran mucchia, di sicuro più della Austin, e sceneggiatori e registi lo hanno usato in tutte le salse. Scegliamo l’opera forse più filmata: Canto di Natale (A Christmas Carol, un racconto pubblicato nella raccolta The Christmas Books nel 1843). Per arrivare a 8 versioni dobbiamo includere adattamenti come quello del cartone animato della Disney con Topolino, quello di Mister Magoo, quello di Zemeckis del 2009 girato in tecnica mista e (ma sì!) The Muppet Christmas Carol (del quale il povero Dickens sarebbe comunque andato fiero). Oltre a questi abbiamo poi altri cinque o sei esempi di adattamenti che hanno preso spunto da quest’opera, ma che non sono certo la sceneggiatura del racconto.


La questione di stile (che sia per la Austin o per Dickens è uguale) è proprio legata a cosa ci buttano dentro sceneggiatore e regista: ambientazione, costumi, dialoghi, cast. Un amalgama di aspetti in movimento dentro i rigidi binari del “canovaccio” che ha scritto quel povero cristo dell’autore. E che possono esaltare o far infuriare gli spettatori a seconda del loro personale punto di vista. In ogni caso, se porti sullo schermo un libro, stai dando forma a opere che vivono di lettere dell’alfabeto; proiezioni mentali dello scrittore che, quando ne ha le capacità, te le fa immaginare nella testa. E ognuno immagina come vuole, i colori, gli odori e i personaggi. Al punto che un adattamento “fedele” non è mai quello che uno s’aspetta.
Il che ci porta al caso due: hai scritto una storia talmente pregna di contenuti, che te l’hanno ribaltata come un guanto almeno due e tre volte per farci film, sceneggiati e serie TV.
Credo che questo sia comunque il destino migliore a cui una storia scritta può andare incontro. L’adattamento diventa così un vero e proprio arricchimento dell’opera letteraria, affiancandola o, se è il caso, superandola. Prendiamo un romanzo americano del 1968, neanche troppo lungo, neanche il migliore, di un’autore che ha scritto parecchio e che parecchio è stato saccheggiato dal mondo di celluloide. L’autore si chiamava (pax animae) Philp Kindred Dick e il romanzo in originale si titola Do Androids Dream of Electric Sheep? e sarà poi portato sullo schermo da Ridley Scott con il titolo Blade Runner. Una pellicola del 1982 che ha avuto la bellezza di sette (sì, 7) versioni, le più importanti delle quali sono l’International Cut (1982) ed il Director’s Cut (1992): alla fine, nel 2007, l’American Film Institute lo ha pure posizionato al 97º posto nella classifica AFI’s 100 Years… 100 Movies. Prossimamente, a questo punto, entrerà a fare parte del patrimonio dell’umanità.


La grandiosa operazione messa in atto da Ridley Scott, va al di là del semplice adattamento. La sua capacità nel vedere nel romanzo breve/racconto lungo di Dick (neanche poi tutto, in quanto il film è tratto dalla seconda parte della storia!) un’opera come Blade Runner, non è più solo questione di stile. Vuol dire avere la capacità di reinventare la storia, amplificandone il messaggio, proseguire dove lo scrittore si era fermato, dando luce alle sue parole su carta. Il cinema, da questo punto di vista, è più penetrante. Il cinema ha una capacità subliminale enormemente più grande della parola scritta, e Ridley Scott lo ha saputo sfruttare al cento per cento, perché aveva le idee chiare su cosa voleva dire.
Strada facendo, ci troviamo così al caso tre: ci sono quelli che non sono proprio in grado di fare qualcosa di buono con le opere letterarie.
Dicevamo di come uno scrittore mica può immaginare che l’opera che sta scrivendo diventerà un film, quindi l’opera di adattamento di un testo rischia di scontrarsi con ovvi problemi oggettivi, oltre che a una questione di stile pura e semplice. Il che dà luogo ad almeno un paio di modalità con cui si può affrontare l’adattamento.
Il caso più grossolano al quale si può andare incontro è però quello di un’opera scritta che nel tempo viene bistrattata più e più volte dai signori della celluloide. Senza che lo scrittore iniziale ne abbia minimamente colpa, povero lui.
Poniamo il caso che negli anni ’40 uno scrittore americano abbia scritto un raccontino interessante come idea generale; un po’ debole sul piano stilistico, perché l’autore in questione non ha poi una grande scuola alle spalle, e il racconto del resto viene pubblicato su una rivista pulp di quegli anni (l’aggettivo pulp si riferisce alla carta su cui erano stampate le riviste, ma a volte poteva essere riferito anche all’insieme dei testi che venivano pubblicati, ndr).
Vai a vedere, e questa ipotesi è in effetti divenuto realtà. Titolo del racconto: Farewell to the Master. Autore: Harry Bates. Non un racconto eccezionale, certamente, ma con un’idea molto forte che praticamente solo sul finale, e per finale intendo l’ultimo paragrafo, salta fuori e che dà anche un senso al titolo del racconto (il quale assume in Italia perfino una corretta traduzione, essendo pubblicato come “Addio al padrone”: già questo un evento, ndr). In due parole: una navetta aliena compare sulla Terra, i terrestri uccidono l’occupante biologico, il gigantesco automa dopo un certo periodo di immobilità trova il modo di farlo risorgere e se ne vanno minacciando di terresti di distruzione se continuano di questo passo.
Non succede che nel 1951 alla 20th Century Fox a qualcuno viene l’idea di farci un film? Titolo: The Day the Earth Stood Still. Che non c’entra un tubo con l’originale e come titolo non è nemmeno un granché; perfino nella traduzione italiana sono stati forse più bravi. Sto parlando infatti del film che da noi è arrivato come “Ultimatum alla Terra”. E di quello il film tratta, mettendo l’accento su uno dei temi del racconto. Non certo sull’addio al padrone. Anzi, stravolgendo proprio gli equilibri che il racconto aveva fra i protagonisti.
Non paghi di ciò, nel XXI secolo, sempre alla alla 20th Century Fox (sob!), rispolverano il film (e perciò il racconto di Bates) mettendo in scena un’ordalia ecologista che vede l’umanità schierata sempre contro gli alieni che vogliono farci pagare il nostro style life. Magari hanno anche ragione: nell’universo ci sono così pochi pianeti (in termini percentuali) in grado di ospitare la vita, che veramente ci stiamo dimostrando una razza di coglioni senza speranza. E questo è un fatto, ma ancora una volta poco o in parte ha a che fare con il racconto. Che vi invito a cercare ed andare a leggere; lo trovate in “Le grandi storie della fantascienza vol.2”, ed. Bombiani. Se invece siete impazienti andate avanti a leggere.


La vera differenza nel racconto di Bates non è legata alle situazioni o alla dinamica dell’azione, in quanto si tratta di un racconto scritto e pubblicato ancor prima che gli americani avessero problemi a Pearl Harbor. Se ci faccio un film, cerco di renderlo comunque originale e ci metto cose che so per certo essere di sicura presa sul pubblico, dato che sto entrando in piena Guerra Fredda. Le differenze ci stanno e sono anche lecite.
No, la vera e straziante differenza sta nel fatto che il racconto finisce ponendo l’accento sul fatto che il reale esponente di questa razza aliena che viene sulla Terra a fare da censore, non è il tizio che viene sparato appena mette il piede sul suolo terrestre, ma bensì il gigantesco automa che rimane congelato e immobile agli occhi di tutti, finché non trova il modo di far “resuscitare” il fido attendente. E poi se ne va dicendo a tutti noi che no, così non va mica bene.
Insomma, come se noi andassimo su Vega, ci uccidessero il cagnolino e noi finché non troviamo il modo di farlo rivivere stiamo lì buoni buoni e poi ce ne andiamo dando solo una lavata di capo ai vegani. L’alienità sta proprio in questo; l’essere superiori è proprio prendersi cura delle “razze minori”.
Mi sembra di ricordare che qualche mese fa sia morto un tassista per le randellate a seguito di un caso simile; ma di sicuro, povero sventurato, non aveva investito il cane di un alieno.

(Pubblicato sul n.7 e n.8 di Io Come Autore)

dicembre: 2018
L M M G V S D
« Gen    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  
Informativa sui Cookie

Si avvisano i visitatori che questo sito utilizza dei cookies per fornire servizi ed effettuare analisi statistiche anonime.

È possibile trovare maggiori informazioni all’indirizzo della Privacy Policy di Automattic.

Continuando la navigazione in questo sito, si acconsente all’uso di tali cookies.

In alternativa è possibile rifiutare tutti i cookies cambiando le impostazioni del proprio browser.

Annunci