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Olocausto

Il posto migliore per nascondere
qualsiasi cosa è in piena vista.
Edgar Allan Poe, La lettera rubata, 1845.

Iceberg

Guardare a distanza un iceberg è un po’ come limitarsi a prendere atto che esiste solo ciò che possiamo vedere. È sbagliato, proprio come principio.
Un iceberg è una struttura intrigante: interamente fatta di acqua ghiacciata, si sviluppa per otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra. È difficile immaginare le dimensioni della parte subacquea dalla sola osservazione della parte emersa.
Considerare l’Olocausto solo quello che si è potuto vedere di ciò che accadde nei campi di prigionia alla fine della seconda guerra mondiale, è commettere esattamente quell’errore di principio. La parte più grossa dell’Olocausto beccheggia esattamente sotto il livello della nostra percezione. Le ragioni posso essere molteplici.
Anzitutto, per le nostre generazioni, l’Olocausto ha assunto la dimensione di un racconto. Reso vivido da documenti a volte scioccanti, ma nessuno di coloro che sono nati dagli anni cinquanta del XX secolo in poi può dire “io l’ho vissuto”.
L’Olocausto è stato un macabro teatrino, in cui i protagonisti assumevano ruoli ben precisi: nazisti sterminatori, popolazioni compiacenti o silenziose, vittime. Finita la guerra, terminata l’esibizione, ognuno ha dovuto dismettere i panni di scena: troppo pesanti per i primi, ignobili per i secondi, dolorosi per le vittime. Ognuno aveva le sue ragioni per cambiar d’abito e mischiarsi alla folla.
È così che a un certo punto – e questa è un’altra ragione – da un certo momento in poi non si è potuto nemmeno identificare con precisione chi volesse raccontare. Così l’iceberg ha continuato ad andare alla deriva, senza che nessuno lo vedesse all’orizzonte. E quando è stato avvistato non è stato facile andare a vedere la parte subacquea.
Ma guardare sott’acqua dovrebbe essere l’impegno delle nostre generazioni, quelle che non hanno visto, che devono educarsi al ricordo solo basandosi sui racconti. Mica facile.

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto” riflette Italo Calvino nel metaromanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Per fortuna ha ragione, così possiamo andare a leggere per bene tra le righe di tutti coloro che hanno affidato alle stampe la loro esperienza, sia in forma autobiografica che in termini di racconto.
Da questo punto di vista non si può che iniziare dagli scritti di una ragazza olandese che sono stati raccolti in un volume in forma di diario: i Diari di Anna Frank.
Anna Frank (1929-1945) fu una ragazza ebrea nata a Francoforte e rifugiatasi con la famiglia a Amsterdam, costretta nel 1942 a entrare nella clandestinità insieme alla famiglia per sfuggire alle persecuzioni e ai campi di sterminio nazisti. Nell’agosto del 1944 i clandestini vennero scoperti e arrestati; furono condotti al campo di concentramento di Westerbork. Da qui le loro strade si divisero ma, ad eccezione del padre di Anna, tutti quanti morirono all’interno dei campi di sterminio nazisti. Dopo essere stata deportata nel settembre 1944 ad Auschwitz, Anna morirà di tifo a Bergen-Belsen, nel febbraio o marzo del 1945.
La prima edizione a stampa dei suoi Diari tenne conto sia della redazione originale, sia di successive rielaborazioni che Anna stessa stava facendo, auspicando una futura pubblicazione del suo diario; alcune pagine del diario furono omesse, perché ritenute da Otto Frank non rilevanti. La prima edizione critica del diario fu pubblicata solo nel 1986.
Dopo un’accoglienza iniziale piuttosto fredda, a mano a mano che il pubblico veniva a conoscenza dei fatti della Shoah, il libro suscitò un vasto interesse ed ebbe svariate traduzioni e pubblicazioni; ad oggi è pubblicato in più di quaranta paesi e rappresenta un’importante testimonianza delle violenze subite dagli ebrei durante l’occupazione del nazismo.
Storia parallela per Hanneli Goslar, amica d’infanzia di Anna, separate dall’attuazione del piano di sterminio nazista, che ritroverà l’amica nel campo di Bergen-Belsen, per perderla nuovamente dopo la liberazione da parte dell’esercito inglese. Hanneli saprà della morte di Anna solo dopo la fine della guerra quando Otto Frank andrà a trovarla in ospedale e le dirà che sua figlia non è sopravvissuta. Da quel momento Otto Frank diventerà il padre adottivo di Hanneli, ne seguirà la guarigione e riuscirà a farla arrivare in Palestina dove potrà iniziare una nuova vita, una vita che ancora oggi la vede nonna di una decina di nipotini a Gerusalemme. Quarant’anni dopo, la scrittrice americana Alison Leslie Gold raccoglie questa storia nel libro Mi ricordo Anna Frank – Riflessioni di un’amica di infanzia, un libro che può essere considerato il corollario ai Diari.
Vite parallele, destini divergenti. Entrambi adattati in film: decine di volte per Anna Frank, una sola per Hanneli Goslar: una produzione italiana del 2009, con la regia di Alberto Negrin e la colonna sonora di Ennio Morricone.
L’importanza mediatica del cinema e della televisione ha avuto un indubbio ruolo di primo piano nel togliere il velo di nebbia davanti all’iceberg Olocausto, ma ha anche aiutato a spingere la testa sott’acqua alle generazioni che possono solo ascoltare i racconti.
Tutto ha inizio nel 1978 con Olocausto (Holocaust): una miniserie televisiva statunitense diretta da Marvin J. Chomsky che racconta l’olocausto attraverso il vissuto di due famiglie tedesche, i Weiss (ebrei) e i Dorf, il cui padre di famiglia, spinto dalla disoccupazione, si arruola nelle SS fino a diventare uno spietato criminale di guerra. L’argomento è stata l’occasione per rappresentare sullo schermo della televisione per far penetrare in tutte le case l’atrocità e la follia dei crimini nazisti contro gli ebrei, trattando direttamente argomenti come la creazione dei ghetti e l’uso delle camere a gas.
Lo sceneggiato all’uscita fece il giro del mondo, innescando una serie di dibattiti sull’argomento, in un periodo in cui non veniva trattato apertamente dall’opinione pubblica. La sua proiezione in Germania fornì un’ulteriore occasione per una revisione delle posizioni sulle responsabilità del popolo tedesco.
La miniserie televisiva è divenuto nel 1979 un best seller di narrativa ad opera di uno degli sceneggiatori, Gerald Green; in Italia è stato pubblicato in numerose edizioni dal 1979 al 2000 con numerose traduzioni in varie lingue.
Ma la reale presa di coscienza da parte dei tedeschi era in effetti cominciata ben prima, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, quando hanno inizio i nuovi processi contro i crimini nazisti, successivi cioè a quello di Norimberga. È proprio lì che indaga l’ultima opera cinematografica del 2015 a firma del regista italo-tedesco Giulio Ricciarelli, Il labirinto del silenzio, un film he pone al centro il tema della rimozione della memoria di una nazione che ha preferito seppellire la Storia piuttosto che affrontarla.
Ambientato in Germania nel 1958, in un clima nel quale la censura di fronte alle atrocità perpetrate dal nazismo durante la seconda guerra mondiale è solida e il paese preferisce non affidarsi ad una doverosa autocritica per non confrontarsi con lo scomodo passato. Ad alzare la cortina del silenzio è un giovane avvocato che passa dagli ordinari processi per multe all’indagine affannosa, percorrendo strade che lo conducono ad Auschwitz e ai suoi orrori, per giudicare i responsabili ancora in vita e perfettamente inseriti nella società civile tedesca. La storia è reale, ma il giovane avvocato protagonista è in realtà figura fittizia: il processo coinvolse diversi giovani procuratori scelti dal procuratore Fritz Bauer per la loro età che non permetteva adesioni emotive rispetto al nazismo.
Tra questi estremi temporali – Anna Frank e i processi ai nazisti – si dipana una lunga fila di opere letterarie che hanno avuto la fortuna di essere adattate a lungometraggio, amplificando così il potere evocativo della memoria, fissando con le immagini le parole stampate sulla carta, suscitando emozioni corali e, forse, più efficaci dal punto di vista mediatico.

Non siamo però obbligati ad affidarci alla sola letteratura per non dimenticare; il racconto può transitare direttamente dalla memoria verso il cinema, con risultati spesso sorprendenti.
A iniziare da dove tutto è cominciato, con un film per la televisione del 2001 diretto da Frank Pierson: Conspiracy – Soluzione finale. Si tratta di una cronistoria dettagliata della riunione che si tenne a Wansee (Berlino) nell’inverno del 1942, dove fu pianificato nei minimi dettagli lo sterminio degli ebrei.
Hannah Arendt è un film del 2012 diretto da Margarethe von Trotta. Nel 1961 la filosofa e teorica politica ebraico-tedesca Hannah Arendt si reca a Gerusalemme per seguire, per conto del New Yorker, il processo al funzionario nazista Adolf Eichmann. Qui rimane sorpresa quando, pensando di trovare un mostro, vede solamente un uomo mediocre; il film racconta appunto la vicenda umana della filosofa che ha saputo con il suo saggio “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) far riflettere sulla realtà della natura umana.
Su questo tema ci ava già provato nel 1959 Gillo Pontecorvo con il film Kapò, nominato per l’Oscar al miglior film straniero. È la storia della discesa agli inferi e della risalita di una giovane ed ingenua fanciulla che da vittima viene trasformata dalla crudeltà disumanizzante nazista prima in carnefice ed infine in martire per amore.
L’amore è al centro del film La vita è bella, diretto e interpretato nel 1997 da Roberto Benigni; vincitore di tre premi Oscar, miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore colonna sonora, su sette nomination totali. La pellicola vede protagonista Guido Orefice, uomo ebreo ilare e giocoso, che deportato insieme alla sua famiglia in un lager nazista, dovrà proteggere il figlio dagli orrori dell’Olocausto.
Tematica difficile quella che coinvolge i bambini nei lager nazisti. Ne sa qualcosa anche Jerry Lewis che nel 1972 ha diretto e interpretato il film incompiuto e inedito The Day the Clown Cried. Basato su una sceneggiatura scritta a quattro mani da Joan O’Brien e Charles Denton, il film è uno dei più celebri casi di film perduti della storia del Cinema, grazie alle polemiche inerenti alle sue premesse e contenuti, che trattano della storia di un clown da circo interpretato da Lewis, imprigionato in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale. Il film anticipava, per certi versi, le tematiche del lungometraggio di Roberto Benigni e non ha mai visto le sale cinematografiche per problemi di budget e ripensamenti di Lewis sulla sceneggiatura o forse sulla sua interpretazione che avrebbe forse offuscato il ricordo che i fans avevano di lui.

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Scheletro di Raphus cucullatus

L’estinzione del Raphus cucullatus è dovuta principalmente a due fattori: pur essendo un uccello columbiforme era inetto al volo, e se sporcava altrettanto non si fa fatica a capire perché lo abbiano sterminato. La seconda ipotesi è più semplicemente legata alla distruzione del suo habitat naturale da parte dei portoghesi e olandesi che occuparono quella zona dell’Oceano Indiano. Distruzione che va ad aggravare forse il pesante fardello dei danni esportati dagli europei nei territori di conquista dal XVI secolo in poi.

Questo strano uccello – sviluppatosi in un ambiente ermeticamente chiuso come quello delle Isole Mauritius – aveva sviluppato anche una sorta di legame di dipendenza con un albero molto diffuso nella zona, che dalla scomparsa dell’animale ha subito a sua volta una rapida diminuzione, portandolo oggi a rischio di estinzione.
Qualcuno dirà che non è probabilmente un problema planetario se il Dodo sia sparito e la Calvaria major gli faccia seguito, ma spero siano tutti d’accordo che la faccenda andrebbe valutata seriamente in termini di modello. Culturale e antropologico.
La convivenza di differenti specie nello stesso ambiente è però qualcosa che va al di là del puro fatto antropologico e culturale. Se un uccello e una pianta hanno bisogno uno dell’altro per vivere, la civiltà non c’entra. Anzi, la civiltà è proprio il problema.
Insomma, in natura si innesca una simbiosi ed è un fatto, la civiltà lo distrugge, ma nello stesso tempo contribuisce a creare differenti generi di simbiosi. Ad esempio quella fra una rock star e il suo pubblico. Il primo non può fare a meno dei secondi altrimenti è uno sfigato che non sa come sbarcare il lunario; una bella simbiosi! I secondi devono avere qualcuno da idolatrare e da beffeggiare quando se ne stufano o quando questi dà segni di palese stordimento.
Una bella fatica stare dietro a tutto.

Vasco Rossi ama e brama fare fatica. Ce lo fa sapere anche in occasione del concerto del 25 giugno per i terremotati dell’Emilia, evento al quale non parteciperà in quanto lo giudica “poco costoso e poco faticoso”.
Caspita! Un altra occasione non colta dal Blasco per stare zitto su un argomento del quale sinceramente non si sentiva il bisogno di avere i suoi pareri illuminati.
Caspita due! Ma cos’avrà di meglio – e più faticoso e più costoso – da fare il Blasco il 25 giugno? Forse è una ricorrenza particolare che lo spingerà a partecipare a qualche altro evento.
Faccio qualche ipotesi: ricorre la morte del generale Custer avvenuta quel giorno nella battaglia di Little Big Horn nel 1876, ma è anche il giorno nel 1946 in cui in Italia si insedia l’Assemblea costituente della nostra Repubblica.
Gulp! No: mi accorgo che in effetti per un esperto trafficante informatico – come il Blasco è divenuto negli ultimi mesi – in effetti un irrinunciabile evento da commemorare potrebbe anche esserci: 1998, quello è il giorno in cui viene messo in commercio da Microsoft un prodotto che gli cambierà – al Blasco – la vita: Windows 98! Sarà quello dunque l’evento al quale parteciperà? Senz’altro in fatto di più faticoso e di più costoso, WIndows 98 non batte nessuno. E di quello il Blasco ha probabilmente bisogno.
E a lui piacendo, noi ringraziamo e apprezzeremo la sua latitanza a un evento che probabilmente non migliorerà le condizioni delle decine di migliaia di sfollati in Emilia, ma che comunque è meglio dell’altera indifferenza di una star come Vasco Rossi. Il quale, siamo sicuri, dirà ai suoi avvocati/commercialisti di aprire il portafoglio e fare una cospicua donazione. Pecunia non olet.

(Articolo pubbicato sul n.53 di Io Come Autore)

Una tradizione tutta made in Italy

Nel novero delle tradizioni per il periodo natalizio l’Italia si è ritagliata un angolo del tutto personale che prende il nome di Befana, la nonnina che nella dodicesima notte porta doni ai buoni e carbone ai cattivi. La stessa notte che affascinò Shakespeare al punto da utilizzarla per una delle sue più celebrate opere teatrali la cui allusione al periodo natalizio è praticamente però solo nel titolo (Twelfth Night, or What You Will, 1599-1601) e in un verso della parte introduttiva: “La favola è nuova e non altronde cavata che della loro industriosa zucca onde si cavorno anco, la notte di beffana, le sorti vostre […]”. La Befana era per Shakespeare e il suo tempo già un mistero, e così è rimasto: un personaggio misterioso che da secoli attraversa la credenza popolare, ma che non ha mai attecchito fuori dai nostri confini.
La tradizione folcloristica della Befana non si sa nemmeno bene da dove origini. Forse dalle tradizioni pagane legate al mondo agrario dell’età romana quando si celebrava, appunto fra il solstizio invernale (il 6 gennaio, appunto) e l’inizio dell’anno lunare, la figura di Madre Natura; nelle dodici notti la dea Diana accompagnava queste figure femminili che volavano sui campi appena seminati per propiziare i raccolti. Oppure ancora più indietro alle dee anatoliche e mesopotamiche Baba e Buba che gli Etruschi hanno portato sui nostrani Appennini, fuggendo dall’originaria terra in cui questo popolo ebbe forse origine.
Da tutto questo bailamme di credenze alla vecchietta sulla scopa c’è voluto un po’, e grazie anche alla Chiesa Cattolica che nel Medioevo cercò di contrastare queste credenze, siamo però arrivati felicemente alla nostra Befana.
Il personaggio della Befana appare sia in opere letterarie che nelle “befanate” toscane recitate a memoria o improvvisate; addirittura Michelangelo Buonarroti scrisse da giovane una “cicalata” nella quale, con sottile vena umoristica e con interesse folcloristico, spiega l’origine della Vecchia e della festa. In ogni secolo comunque si annoverano letterati che hanno tentato di una lettura alla tradizione, ma non esiste vera e propria letteraria per questa figura, solo filastrocche e una copiosa tradizione folcloristica ben radicata nelle provincie e regioni italiane. Ognuno ha la sua, di Befana, e tutte in comune hanno la facoltà di dispensare doni propiziatori principalmente a bambini.

Bartolomeo Pinelli, La Befana, 1821.

A questa figura pensava, ad esempio, Gianni Rodari quando nel 1964 scriveva “La freccia azzurra”, una storia nella quale i giocattoli escono la notte del 5 gennaio dalla vetrina del negozio della Befana e guidati dal trenino Freccia Azzurra si consegnano spontaneamente ai bambini più poveri. Una storia sui valori dell’amicizia e sul significato delle feste che ha trovato tante riduzioni teatrali dedicate alla scuola, e anche un adattamento per il bel film d’animazione del 1996 con regia di Enzo D’Alò.
Titolo identico alla storia di Rodari, ma contenuto ovviamente differente, in quanto produzione e regia hanno preferito ad esempio epurare la storia di tutti i riferimenti drammatici che nel libro sono presenti. Ne è nata comunque una storia piacevole, con un’animazione molto accurata che è costata quattro anni di lavoro allo studio di animazione tutto italiano nato negli anni ’80 (lo stesso che ha prodotto “La gabbanella e il gatto” nel 1994, “Aida degli alberi” nel 2001 e “Totò Sapore e la magica storia della pizza” nel 2003).
Oggi, il personaggio della benevola vecchietta, forse strega o forse dea, è presente negli scaffali delle nostre librerie grazie a molti autori che l’hanno utilizzata per storie dedicate ai ragazzi; basta dare un’occhiata o qualsiasi libreria on-line per rendersene conto e ricevere diverse pagine di titoli di libri di tutte le taglie e le tasche.
Forse dopotutto è vero: i bambini italiani sono i più fortunati del mondo in quanto oltre ai regali di Babbo Natale, ricevono anche quelli della Befana.

(Articolo pubbicato sul n.36 di Io Come Autore)

Si racconta che i soldati americani inviati al campo di Dachau nell’aprile del ’45 si trovarono nel dilemma di come riuscire a non provocare più danni di quelli perpetuati dai nazisti. Nel senso che il livello di malnutrizione dei detenuti era talmente elevato che fu impossibile prendere le migliaia di scheletri ambulanti che ciondolavano nel campo di concentramento e metterli semplicemente a tavola per rifocillarli; la loro fisiologia avrebbe totalmente rifiutato l’ingestione di alimenti solidi. Si dovette procedere perciò per gradi al fine di non provocare devastanti danni da malassorbimento (la disbiosi in primis).
L’intestino umano – ma anche quello animale, pur in misura differente – è ricco di flora batterica che serve anche alla salvaguardia della barriera intestinale, a sostenere le difese immunologiche, a promuove la digestione e l’assorbimento, oltre a produrre vitamina K e vitamina B12. Insomma, ci fa stare bene, e se uno non mangia tutta questa microflora mica prolifera. Anzi.
Lo sapeva bene anche Proust che nella recherche infarcisce le pagine di pranzi e cene, consacrando così l’importanza della funzione della nutrizione per l’uomo, perennemente assillato dalla necessità che per sopravvivere deve nutrirsi.
Ciò che affascina in Proust è il senso di nullità che traspare dalla sua opera – intendo la Recherche nel suo insieme. ovviamente – e che prima o poi il lettore incontra nelle tremila pagine; magari lo sfiora delicatamente e passa oltre, oppure lo impatta violentemente senza più abbandonarlo. Perché il tempo deve essere perduto? E cos’è infine il tempo? Che ruolo gioca la memoria? Be’, insomma, uno prima o poi nella lettura dei sette volumi, finisce che se lo chiede: è il caso che io impieghi il mio tempo diversamente?
A dar retta a Nietzsche, del resto, la civiltà moderna è in perenne bilico tra gli atteggiamenti razionali ed equilibrati e quelli dionisiaci, istintivi e irrazionali. Per cui anche interrompere la recherche per andare a far quattro salti e trasgredire a ogni ordine costituito, fa parte della ricerca dell’illuminazione.
Di nichilista in nichilista si arriva poi magari a Dostoevskij, che in fatto di atteggiamenti ribelli ne sapeva raccontare di belle (di storie, intendo) se è vero che lo definivano “artista del caos”. Ma anche lui era alla ricerca di qualcosa, tipo la verità.
Insomma, non c’è da stupirsi se questi tre autori facciano parte della formazione culturale di molti; trattano di temi importanti, che uno comunque nella propria vita ha già affrontato o che prima o poi deve affrontare.
Fa quasi tenerezza dunque, scoprire che anche un artista del calibro di Vasco Rossi ci sia arrivato; il nostro si è infatti premurato di diramare l’informazione che, sul suo comodino, in questi ultimi tempi, i tre autori appena menzionati non mancano mai. Anzi, sono diventate le sue letture preferite.
Spero che presto incontri qualcuno che gli chiarisca che, letture come quelle, rischiano di essere come il cibo per gli internati di Dachau: il malassorbimento può fare più danni che l’astinenza.
Non me me voglia il Blasco, che come cantautore rimane tra i miei preferiti, se lo tiro in ballo per la seconda volta in poco tempo, ma se l’è cercata lui. E non me ne vorrà di sicuro anche perché quest’articolo non lo leggerà mica.
Ma sta di fatto che anche lui come molti ha abboccato all’amo e ha deciso di mettere le didascalie alle foto delle propria vita; passi per il mio di album dei ricordi, che nessuno sa chi sono e se finisce in mano agli alieni che faranno gli scavi archeologici sul terzo pianeta del sistema solare, tra qualche migliaio di anni, se io metto le didascalie alle mie foto semplifico loro il lavoro. Ma un artista famoso: boh…?!
A questo punto ho forse sbagliato a pensare che Vasco si considerasse un artista, perché se fosse vero farebbe parlare la sua arte e basta. Se invece trova il tempo di “dire la sua” sulla sua vita (rif. “La versione di Vasco”, ed Chiarelettere, 2011), prendendo a citare aforismi di autori ridondanti che non fanno parte della sua esperienza culturale, significa che c’è qualcosa che non va. Significa che ha paura di subire la stessa sorte del brontosauro, il sauro che non esiste, ma che orami è entrato nell’immaginario comune. Prima che i paleontologi facciano tremendi errori, sembra si sia detto, è meglio che fornisca io tutti i dettagli per l’identificazione e la catalogazione delle mie spoglie. Roba da ragionieri; il diploma dell’Istituto Tecnico Commerciale del resto ce l’ha (sigh!). Ma non mi fermo mica lì; intanto che ci sono faccio anche capire che mi son messo a sfogliare libri, visto che così fan tutti.
Pensandoci, però, quello che ho detto fino ad ora non è mica vero. Perché non è mica un libro vero quello che Vasco Rossi ha dato alle stampe. Di quelli che uno si mette lì e lo progetta – mica da solo, si può fare anche aiutare, gli editor delle case editrici esistono anche per quello – e poi comincia a scriverlo pagina dopo pagina finché non giudica che arriva il punto di scrivere “Fine”. Non è mica vero perché quello che ha raccolto Vasco Rossi è uno zibaldone di pensieri.
Ora, per carità, nessuno si alteri. Lo zibaldone è diventato nella prima metà dell’ottocento un tipo di composizione che ha affascinato persino il Leopardi. Per cui non è mica una cosa di cui ci si deve vergognare, scrivere uno zibaldone. Anzi, per il Leopardi, il suo di zibaldone è servito a farci capire meglio i Canti e le Operette morali. Per cui bravo il Blasco che ha fatto suo il concetto è ha dato alle stampe i suoi “pensieri da provocatore”. Probabilmente ci sta.
Così come ci sta che si definisca un “social rocker”, spero non solo in onore della scoperta dell’esistenza di Facebook fatta da lui qualche mese fa, ma piuttosto in virtù del fatto che le sue canzoni un impatto sul sociale di un certo tipo l’hanno pur avuto. Altrimenti è solo il caso di dire che il brontosauro Blasco è passato anche lui al 2.0, non tanto perché sa cosa ci può fare, ma solo perché se non lo fai c’è il rischio che non ti caghi più nessuno.
Scordando che gli artisti devono mantenere in una certa misura l’ambiguità. Sono i ragionieri che non lo devono fare.

(Articolo pubbicato sul n.32 di Io Come Autore)

Il brontosauro è un grande dinosauro quadrupede vissuto nel Giurassico superiore nell’America settentrionale; fa parte di un gruppo di erbivori chiamati sauropodi la cui caratteristica distintiva sono il collo e la coda particolarmente lunghi. Il brontosauro (Brontosaurus excelsus), in realtà, non è mai esistito, in quanto la sua errata ricostruzione si basava su un corpo di Apatosaurus e un cranio di Camarasaurus.
Nonostante ciò questo leggendario animale è entrato nell’immaginario popolare, al punto che compare in francobolli, parchi tematici, famosi cartoni animati (da I Flintstones al sequel della Valle incantata) e numerosi film (nel King Kong del 2005 di Peter Jackson una delle scene più memorabili è proprio quella della mandria di brontosauri in fuga).
Per quello che ne possiamo sapere questo dinosauro (che continueremo a chiamare brontosuaro, per comodità) era una animale mite che inghiottiva senza masticare le foglie tenere delle numerose varietà di felci assieme a pietre ruvide e pigne, inghiottite appositamente per degradare la materia vegetale in un ventriglio muscoloso, forse nello stesso modo degli attuali ruminanti e di alcuni uccelli.
Probabilmente non faceva male a nessuno, bastava stesse attento a muovere la sua massa gigantesca, che recenti studi hanno abbassato da quasi 38 tonnellate ad appena 18. Faceva comunque un bell’effetto a vedersi; non faceva forse nemmeno molto rumore, ma non passava certo inosservato. Soprattutto se è vero che si muoveva in branco. In ogni caso, un brontosauro, era probabilmente una facile preda; se fosse vissuto un po’ più avanti e avesse incontrato sulla sua strada delle tribù di ominidi, avrebbe rappresentato una bel bersaglio per archi e frecce.

Vasco Rossi (la rockstar), tempo fa, ha alzato il collo dalla mangiatoia e si è accorto dell’esistenza di alcuni fatti nuovi che caratterizzano la società che gli ha procurato nella trentennale carriera non poche soddisfazioni, sia a livello economico (il suo reddito si misura in milioni di euro) che artistico (25 album, più di 150 canzoni e più di 30 milioni di copie vendute).
Alzando il collo il suo sguardo ha incontrato le infinite possibilità dei socialnetwork e giusto qualche mese fa eccolo comparire in “faccialibro” pontificando in prima persona su tutto e su tutti. A volte senza peli sulla lingua. In fondo è il “Blasco”; se lo può permettere.
Poi qualcosa cambia (un boccone di traverso, la scarsa abitudine a capire, approfondire, la lontananza dalla realtà, va tu a saperlo) e lui (o forse i suoi avvocati, ma la distinzione non è d’obbligo) parte a querelare i responsabili di Nonciclopedia: un’enciclopedia online in lingua italiana, parodia di Wikipedia, sviluppata in seguito alla nascita della versione inglese Uncyclopedia, sviluppata con software MediaWiki e completamente modificabile da chiunque, ma con lo scopo dichiarato di creare un’enciclopedia dai toni satirici, che contiene perciò voci demenziali, comiche e spesso politicamente scorrette.
Così, non perché obbligati da nessuno, ma disgustati dai fatti, gli amministratori annunciano: “Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito. Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.”, come recita dal 3 ottobre 2011 l’homepage del sito.

Vasco Rossi non lo sa, ma è un brontosauro. E vale quello che ho detto sopra: probabilmente è innocuo, ma è grande e perciò è una facile preda, ma soprattutto deve stare attento a muoversi.
Facile preda perché – a differenza dei brontosauri – vive in un periodo in cui gli ominidi percorrono i suoi stessi sentieri. Quelli più pericolosi sono vestiti con un vestito buono della festa (quello con la cravatta, per intenderci), portano una valigetta, vanno in giro in gruppo e fiutano la preda da lontano.
Deve stare attento a muoversi (ricordiamo che è un brontosauro, dopotutto) e un suo minimo movimento può avere ripercussioni anche in zone lontane da quella in cui è stanziato, in una sorta di “effetto farfalla” che potrebbe provocare danni alla sua immagine (che sarebbe il meno) oppure dimostrare ai giovani (cospicua parte del suo pubblico, in fondo) che con i soldi e il potere si possono fare azioni che ai più sono precluse. E sarebbe ben misera fine; almeno i brontosauri, quelli veri, sono scomparsi (si dice) a seguito dell’impatto di una meteorite sulla Terra. Fieri e a testa alta.

(Pubblicato sul n.23 di Io Come Autore)

Vita grama

All’inizio vi fu “Dracula”, quello di Bram Stoker; si era nel 1897 e l’ispirazione era abbastanza chiaramente una risposta all’austera rigidità e all’ossessione fobica sessuale dell’età vittoriana. Lasciamo perdere gli illustri antecedenti (“Il vampiro” di John Polidori del 1819, “Varney il vampiro” di Thomas Presket Prest del 1847 e “Carmilla”, la sensuale vampira del racconto di Joseph Sheridan Le Fanu del 1872) che, se pur blasonati, intriganti e notevoli, ad aspettare loro, dei vampiri se ne sarebbe persa traccia. È con Stoker che la figura del morto-non-morto acquista fama e notorietà. Dal suo Dracula in poi è un susseguirsi di successi sia letterari che filmografici. Ma fino a qualche tempo fa tutto è stato canonico, nel solco tracciato dallo scrittore irlandese con il suo capolavoro di ossessione gotica e tetra minaccia. Perfino un bellissimo e inquietante film come Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger, del regista Tony Scott) del 1983, interpretata da Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon, non è riuscito a deviare più di quel tanto la strada tracciata a colpi di morsi infaticabili.
Ma alle soglie del terzo millennio qualcosa dev’essere cambiato, soprattutto per uno come me che non ha fatto molta attenzione a cosa è successo nel frattempo.
Libreria, televisione, sala cinematografica: ovunque cada lo sguardo è un tripudio di vampiri che però, a ben guardare, spostano di molto l’obiettivo iniziale. Dalla necessità liberatoria imposta dalla rigidità vittoriana e dal bisogno psicotico di creare un’alternativa più cattiva all’umanità (non siamo noi i cattivi, ma bensì loro, i “diversi”), siamo arrivati alla necessità della loro integrazione. Ma per farlo dovevano essere operati anche dei profondi cambiamenti al concetto canonico di vampiro, altrimenti i nuovi lettori non ti si filano.

“Twilight” – La locandina del film

L’esempio più clamoroso è senz’altro la serie di romanzi Twilight di Stephanie Meyer (2005/2006), nella quale un’adolescente (americana) si innamora di un vampiro e viene integrata nella loro famiglia. Un prodotto letterario creato ad hoc per gli adolescenti del terzo millennio che è subito diventato una saga cinematografica, la quale ha amplificato oltre ogni misura il successo della serie: da qui blog, fanclub e isterismi adolescenziali sotto tutte le bandiere del mondo. Gli ingredienti ci sono tutti, fondamentalmente vampiri e licantropi, che non vivono però in armonia (in molte pellicole il vampiro è il signore dei lupi, ma non qui di sicuro). In Twilight lo scontro fra le due specie è sul piano fisico-sociale: o si preferisce l’efebico ed esangue Edward, oppure il muscoloso, ipertrofico e peloso Jacob. Il tutto ammantato di una bambagia sessual-psicotropica tipicamente americana (niente sesso esplicito, un bacio ogni due film/libri, i cattivi poco vestiti, i buoni con il maglione a collo alto e che coprono i jeans attillati e, solo per qualche frazione di secondo, i licantropi che si allenano correndo in pantaloncini nel bosco umido…).
Ma cazzarola: stiamo parlando di vampiri, che dovrebbero sventrare le vergini dalla zona carotidea al decolté! Ma niente, altrimenti niente messaggio positivo agli adolescenti: l’umanità deve uniformarsi in una grande amalgama di pace e serenità. E in questo universo i vampiri sono vegetariani e non si inceneriscono al sole ma bensì sbarluccicano, e non so bene per quale strana alchimia riescono anche a generare figli, mentre i licantropi si trasformano in un microsecondo (“a comando” e alla barba della luna piena). Successo universale.

“The vampire diaries” – La serie televisiva

Inaugurato un filone così proficuo (di compensi per autori, sceneggiatori, registi e agenti, naturalmente) non si può certo pensare di esaurirlo, così nel 2009 qualcuno si ricorda che alla fine degli anni ’90 la scrittrice americana Lisa Jane Smith aveva scritto una trilogia che poteva essere recuperata: Il diario del vampiro. Oh, bene. Si ritorna alle origini: un vampiro che scrive un diario è molto Bram Stoker!
Credo che le similitudini però, si fermino più o meno a quello. Qui i vampiri ritornano a dover stare attenti alla luce del sole, finalmente, ma esiste la deroga: i vampiri protagonisti, grazie ad anelli e pendagli magici, passeggiano allegramente (gli altri sono naturalmente un po’ infastiditi della cosa) e nella narrazione frequentano anche la high school locale. Ancora ambiente adolescenziale, dunque, in cui solo il vampiro principale (quello che scrive il diario) si astiene dal bere il sangue umano, mentre tutt’intorno si scatena la ridda di umani che da più di cent’anni cercano di farli fuori e di vampiri che a loro volta cercano assetati la vendetta. Qui non ci sono licantropi, sostituiti dalle streghe; quelle vere, che sanno fare incantesimi e hanno poteri psichici. E che ovviamente hanno instaurato un clima con i vampiri di belligeranza controllata.
Si tratta di una saga molto lunga, della quale la Smith ha scritto parecchi volumetti e che sono serviti per la trama di un serial televisivo americano che per ora ha visto due serie. Tecnicamente più spinto: qualche scena di sesso qua e là, molto bla-bla esplicito in materia, una strizzata d’occhi al fenomeno gay. Insomma, un prodotto confezionato a dovere per accogliere gli adolescenti più “maturi” che prima o poi si stuferanno delle azioni platoniche di Twilight. Senza disturbare molto le loro abitudini qui possono trovare un’altra adolescente (sempre americana, ma maliziosamente più sexy) innamorata di un vampiro ultracentenario ma poco più che adolescente nell’aspetto, che fa di tutto per rinnegare la sua condizione e redimere l’orgia di sangue che ha contraddistinto la sua vita di un tempo. E naturalmente il buon vampiro ha anche il suo doppio nel fratello, più birbantello, che pure lui non è immune al fascino della bella adolescente problematica, alle spalle della quale si dipana ovviamente un filo che conduce a loro. Un filo intrigante e molto poco political correctly: guardatevi la serie e fate finta di essere adolescenti, se non lo siete.

“Being human” – La serie televisiva

Se invece pensate di essere qualcosa di diverso, fate come me e ripetete ad alta voce: fortuna che ci sono gli inglesi.

Nel 2008 Toby Whithouse (al suo attivo come sceneggiatore il più recente Doctor Who, per intenderci, e Torchwood, interessante serie di sf) confeziona Being Human, ambientata nella cittadina inglese di Bristol. Protagonisti: un vampiro, un licantropo e una fantasma impegnati in una problematica convivenza nell’appartamento dove quest’ultima è spirata. Una serie molto ben curata, intelligente, ironica (che gli americani si sono impegnati a rovinare, se è vero che stanno cercando di farne il remake ambientato nel nuovo mondo) che ancora una volta vede un gruppo di “diversi”, di “mostri”, impegnati ognuno a modo suo a cercare di umanizzarsi, ma per scoprire forse che i veri mostri sono gli umani. Chi è diventato un mostro ha dovuto scoprire a proprie spese che si è anche beccato un bel po’ di tormenti esistenziali; man mano si guardano le puntate, i protagonisti perdono la loro carica ironica e la storia diventa forse un po’ troppo carica di simbolismo.
Comunque, a differenza delle serie americane, in “Being Human” non ci sono mezze misure o ipocrite scene paludate: il sangue è sangue, il sesso è sesso, il licantropo è un lupo solo ogni 28 giorni e si trasforma nei tempi che ci aveva già fatto vedere John Landis nel 1981. Il sole, però, anche qui non incenerisce più i vampiri, ma per fortuna non ci sono talismani a decretare in modo classista quali sono i fortunati che possono passeggiare liberamente di giorno. Complice forse l’inquinamento, ma il sole non è dopotutto quel gran fastidio e un bel paio di occhiali risolve il problema. Poi a Bristol mica ci sono spiagge dove un vampiro è costretto a passeggiare; la vita si svolge al pub.

Ancora una volta, dunque, gli inglesi fanno centro: non solo per la sf (sia scritta che filmica) ma anche con il genere horror. Fanno centro forse perché, a differenza degli americani, sono abituati a guardare il centro quando mirano e non la periferia. O forse perché in quanto a vita grama ne hanno passate di peggio che non i cugini a stelle e strisce.

(Articolo pubblicato sul n.51 di Io Come Autore)

La nebulosa di Orione

Gianluca Nicoletti – giornalista della Stampa e conduttore di un’originale rubrica radiofonica su Radio24 – è attualmente impegnato a condurre una vita “alternativa” su Second Life, fenomeno antropologico emergente dell’inizio millennio. Attenzione: Second Life non è un fenomeno di nicchia, sta infatti dilagando a tutti i livelli: politici del calibro di Formigoni a Di Pietro hanno già aperto i loro uffici virtuali, per non parlare poi di personaggi più o meno famosi dello star system. Mi manca di avere notizia per quanto riguarda personaggi di calibro scientifico, che diano maggiormente corpo al fenomeno anche se dubito che mai Gino Strada si costruisca un avatar.
Recentemente l’avatar di Nicoletti è stato, come dire, “replicato”, ma neanche; insomma, qualcuno si fa passare per lui e adesca nella realtà alternativa le sue fedeli ascoltatrici per sedurle – virtualmente s’intende. Questo fatto ha gettato nello sconforto le ascoltatrici e ha anche generato dei sospetti di instabilità mentale in Nicoletti da parte di molti altri ascoltatori che sospettano una sua devianza dalla realtà. Insomma, un dibattito decisamente vivo e articolato. Qualcuno direbbe esagerato.
È interessante notare tutto quello che si sta scatenando attorno a Secon Life, ma credo che la nostra epoca imponga più di qualsiasi altra dei modelli mentali adeguati.
La science-fiction ha analizzato tutto questo fenomeno ben prima che divenisse realtà; da P.K. Dick – vale a dire negli anni ’50 – in poi tutto è stato scritto prima ancora che accadesse. Le nuove generazioni, o comunque chi non ha mai beneficiato di quella letteratura, hanno dovuto impattare la concretezza della realtà virtuale soffrendo maggiormente. E se sei giovane la metabolizzi meglio, mentre i più datati hanno difficoltà a digerire e devono stare molto attenti all’assunzione.
Nicoletti, che pur di primo pelo non è, dichiara di avere famigliarità con il fenomeno dal 1992, anno in cui vide un film che trattava del fenomeno realtà virtuali (Il Tagliaerba, The Lawnmower Man, di Brett Leonard; un film abbastanza brutto, famoso solo per essere stato il primo nel quale siano state utilizzate delle sequenze completamente computerizzate). Buon per lui, anche se devo dirgli che si è perso parecchio. Da parte mia credo di essermi occupato di realtà virtuali dalla fine degli anni ’70 o comunque dall’inizio degli anni ’80; la sf mi ha dato, anche in questo caso, gli strumenti mentali adeguati per navigare la situazione. Ne ho viste di tutti i colori e ho vissuto le situazioni con una certa dose di distacco mentale, senza mai cadere nella catarsi totale intendo.
L’importante non è saper distinguere tra realtà e finzione – credo che Dick ci abbia sufficientemente chiarito che forse è impossibile – ma piuttosto capire cosa si può fare se si crede di vivere nella finzione, anziché nella realtà. A meno che non si confondano i due stati.

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