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Futuro di sangue

I vampiri sono esseri che arrivano dalle profondità della storia dell’uomo ed è logico supporre che non ce ne libereremo facilmente. Con le dovute trasformazioni, ben s’intende. E sia letteratura che fumetto e cinema ci stanno lavorando.

Nel 1976 uno scrittore britannico avvezzo a scrivere un po’ di tutto, dalla saggistica scientifica ai romanzi, pensando di fare cosa gradita scrive una storia che proietta i vampiri al di là del tempo e dello spazio. Il romanzo “The Space Vampires” di Colin Wilson è ambientato praticamente quasi ai giorni nostri, in un XXI secolo nel quale forse è stata portata una visione eccessivamente ottimistica riguardo alla nostra reale capacità nello spostarsi all’interno del sistema solare. Durante il primo viaggio esplorativo di una navicella spaziale viene ritrovata un’astronave aliena all’interno della quale ci sono dei corpi umani in stato di coma, tre dei quali vengono riportati sulla Terra. Per farla breve: i tre hanno il potere di succhiare energicamente la vita agli altri esseri e per fermarli i protagonisti sono costretti a ripercorrere le origini del vampirismo. Un romanzo decisamente istruttivo, che nel 1985 Tobe Hooper trasforma nel film “Lifeforce” con la complicità dello stesso Colin Wilson. Complicità che non è bastata per frame un film di successo, soprattutto per la marcata differenza con il romanzo.

1985 – “Lifeforce” di Tobe Hooper.

Ciò che sta alla base sia del romanzo che del film, è la trasformazione operata sui futuri vampiri, i quali saranno più orientati a prelevare l’energia vitale che non il sangue; del resto anche nelle moderne trasfusioni di sangue non si usa certo più il sangue, ma bensì il plasma.

Ma anche altri autori sono andati oltre, ben al di là delle consuete forme di vampirismo, direttamente riconducibili ai sanguigni protagonisti delle saghe più canoniche. Ma per farlo dobbiamo spostare la nostra attenzione dalla letteratura al fumetto.

Marv Wolfman nel 1973, affidandosi alla matita di Gene Colan, crea per la Marvel “Blade l’uccisore di vampiri”, che diviene nel 1998 una saga che vede protagonista Wesley Snipes anche per altri due film. L’originalità di questo personaggio inizia proprio dalla sua nascita, in quanto un vampiro infetta la madre che dà così alla luce un vampiro “purosangue” il quale diventerà il temibile ammazzavampiri che prende il nome di Blade. La sua condizione di metà umano e metà vampiro gli consente di operare sia alla luce del sole che nelle tenebre, mettendo alla dura prova tutto coloro che incontra sul suo cammino: è l’apoteosi finale, l’estinzione della specie vampira per mano della specie stessa.

1998 – “Blade”, regia di Stephen Norrington

Più avanti nel tempo è invece la figura di Ivan Isaak, un prete che opera in diversi periodi storici – dal tempo delle Crociate al selvaggio West – disegnato con tratto particolare dal coreano Hyung Min Woo nel 1998 nella serie di graphic novel “Priest”. Si tenta di trasformarlo in pellicola una prima volta nel 2009, con un progetto che però viene abbandonato; nel 2011 diviene un film diretto da Scott Stewart, che mette in scena la fine di una guerra secolare tra uomini e vampiri – i quali hanno presto il posto della razza di angeli caduti della versione disegnata – ambientata in un futuro nel quale il mondo conosciuto è completamente scomparso e la Chiesa ha il controllo di ogni cosa per mezzo di un ordine, del quale fa appunto parte il prete protagonista.

2011 – “Priest”, regia di Scott Stewart.

La letteratura, si sa, è fatta di parole, ma volte le parole non bastano. Così si usano le immagini. E le immagini si disegnano e molte alla fin fine divengono cinema. Ma tutto parte da un’idea, da uno stereotipo.

Un po’ come per i vampiri. Nascono come idea ancestrale e si trasformano con il passare del tempo, assumendo le connotazioni che più rispondono ai bisogni della società. Quello che non cambia, paradossalmente, è la natura umana.

(Articolo pubblicato sul n.52 di Io Come Autore)

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All’inizio vi è uno scrittore statunitense, di origine russa, che per sbarcare il lunario egli anni ’40 inizia a pubblicare strani racconti su strane riviste. Il suo punto di forza è che ha un paio di lauree (una in chimica e un Ph.D. in biochimica) e una spiccata abilità a raccontare storie con un preciso fine divulgativo. E alla fine si decide a fare lo scrittore a tempo pieno. E riesce anche a diventare famosi in tutto il mondo.
Tra le centinaia di libri scritti e pubblicati ce ne sono alcuni, di questo scrittore, che in qualche modo sono entrati nel lessico letterario comune. Soprattutto quelli che trattano di robot.
Anzi, c’è chi crede che i robot li abbia inventati lui.
Non è vero. I robot non li ha inventati Isaac Asimov, ma di sicuro lui è stato lo scrittore che in un certo qual modo li ha codificati all’occhio della gente.
Sarà per la storia delle tre o quattro leggi che si è inventato, sarà perché ha donato loro un cervello “positronico” (che non vuol dire un bel niente, ma fa un certo effetto) sta di fatto che se dici “robot” la maggior parte delle gente pensa “Asimov”.
Non lo pensano però gli sceneggiatori di Hollywood che dalla monumentale opera di Asimov sulla ferraglia positronica hanno tratto solo un paio di film (e solo qualche telefilm in serie televisive che ormai sono archeologia). Per citarli in ordine di tempo, sono L’uomo bicentenario (Bicentennial Man) del 1999 e Io, Robot (I, Robot) del 2004.

“L’uomo bicentenario” è un racconto scritto da Asimov nel 1976 e inserito in un’antologia, appunto in occasione del bicentenario degli Stati Uniti.  Narra della lunga evoluzione (duecento anni ovviamente) di NDR-113, un robot positronico nel quale si sviluppano delle doti artistiche e intellettuali eccezionali. Andrew, come viene presto battezzato il robot dalla famiglia che lo ha acquistato, ha così la possibilità di seguire le vicende dell’umanità e di affezionarsi al punto di desiderare di essere sempre più simile all’essere umano. Il cervello positronico e il tempo a disposizione gli consentono di riuscirci e di aspirare all’ultimo passo: quella di divenire un essere mortale, come gli umani. Ci riesce e viene dichiarato umano e può così spegnersi alcuni mesi più tardi in modo del tutto naturale.  Il racconto diviene romanzo nel 1992, scritto a quattro mani da Asimov e Robert Silverberg: The Positronic Man.

È in questa versione che viene ripreso per il cinema, dove lo sceneggiatore Nicholas Kazan e il regista Chris Columbus aggiungono tutti quegli elementi che lo rendono appetibile al pubblico: l’amore e la comicità. Quest’ultima affidata al camaleontico Robin Williams, che rappresenta sempre una certezza. Inoltre, viene inserita nella storia originale anche una spiccata predisposizione di Andrew per la sua padroncina, la quale diventa adulta, ha una figlia, la quale a sua volta ne ha un’altra ancora, della quale il robot, ormai quasi del tutto umanizzato, si innamorerà. E sarà proprio per lei, la quale inesorabilmente invecchierà, che il robot decide di fare l’ultimo passo verso la condizione umana, morendo in un letto come dovrebbe essere per tutti.

L’antologia di racconti “Io, Robot” raccoglie i racconti scritti da Asimov tra il 1940 e il 1950, ispirati alla figura della dottoressa Susan Calvin, la robopsicologa che realizza robot sempre più sofisticati e alla quale Asimov affida anche il compito di introdurre ogni singolo racconto presente nella raccolta, come se l’antologia fosse una sorta di intervista alla ormai famosa scienziata, impegnata a dimostrare come i robot non siano una minaccia per l’uomo.

I robot presenti nell’antologia, almeno uno per racconto, sono originale e innovativi a iniziare dal primo racconto dove compare Robbie, il primo robot positronico, e nel quale compaiono anche le tre leggi. Il punto di forza dell’antologia di racconti è appunto la capacità di Asimov nel rappresentare i differenti aspetti delle problematiche che l’umanità dovrà affrontare nel quotidiano rapporto con delle menti artificiali da lui create. E se qualcuno crede che stiamo ancora parlando di fantascienza non ha altro da fare che andare su You Tube e digitare semplicemente la parola “robot”.
Di questa prestigiosa antologia, se ne impossessa la 20th Century Fox e nel 2004 dà l’incarico ad Alex Proyas di ricavarne un film. Che diventa un film di cassetta, incentrato più su Will Smith che sui racconti di Asimov. Potremmo dire che dello scrittore si utilizzano le leggi, la figura della scienziata Susan Calvin e il titolo; titolo che, a onor del vero, nel 1940 ad Asimov neppure piaceva e che gli fu imposto dall’editore (clonando il titolo del racconto di un altro autore che nel 1939 aveva scritto appunto un racconto con quel titolo).

Insomma, Asimov è scomparso nel 1992. Ha scritto forse più di chiunque altro, come romanziere e come divulgatore scientifico. Come ogni buon americano che si rispetti ha fatto lavori di ogni genere prima di diventare famoso, e quando lo è diventato, paradossalmente ha amplificato le idiosincrasie di origine nevrotica che da sempre limitavano fortemente il suo apparire e il suo rapportassi con gli altri. Ed è stato talmente famoso che possiamo ritrovare pezzi di Asimov un po’ dappertutto nel cinema, senza che sia mai citato; ma questo lo vedono solo in pochi. Sia dunque ben chiaro: la produzione letteraria di Asimov ha profondamente influenzato la produzione cinematografica del nostro tempo, senza che gliene sia attribuito il merito. E un chiaro esempio è sotto i nostri occhi proprio quando vediamo i robot che affollano gli schermi: un robot emancipato, che va al di là del semplice elettrodomestico.

(Articolo pubbicato sul n.41 di Io Come Autore)

…una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang Zhou. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zhou. Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhou. Tra lui e la farfalla vi era una differenza. Questo è ciò che chiamano la metamorfosi degli esseri.

(Zhuang-zi [Chuang Tzu], IV sec. a.C.)

In un millennio nel quale i cloni sono divenuti una realtà, molto probabilmente più concreta di quello che molti di noi hanno occasione di sapere, la science-fiction, che avrebbe tanto se non quasi tutto da dire, sembra invece brancolare nel buio.

Eppure, la clonazione, o meglio la manipolazione della vita umana, è uno dei temi portanti della sf. Anzi, gli ha dato origine se vogliamo considerare il Frankenstein di Mary Shelley uno dei prototipi moderni di questa letteratura, per poi passare al Wells dell’Isola del Dottor Moreau e approdare al Mondo Nuovo di Aldous Huxley.

Paradossalmente, man mano che le scoperte genetiche si sono fatte più concrete, si sono però affievoliti anche i fervori degli scrittori. Non molte, anche se degne di nota, le comparse di cloni nei romanzi pubblicati nei decenni che precedono il nuovo millennio; da A come Andromeda di Hoyle per arrivare al Dune di Herbert, per citare due estremi sufficientemente lontani nel tempo e nel genere.

Un po’ come dire che i cloni sono entrati nel tool-kit dello scrittore di sf, così da scomparire come argomento portante. A parte forse l’eterno, onnipresente, Fredric Brown: nel 1954 scrive il racconto Keep Out (Alla larga!, in Cosmolinea B-2, Biblioteca di Urania 12, 1983) e, come suo solito, centra l’argomento con il rischio di metterci sopra una lapide tombale per tutti quelli che lo seguono (“Se l’uomo costruirà altri tipi umani, chi saranno i ‘diversi’?”). A parte lui, pochi altri gli esempi veramente significativi: Il seme tra le stelle di J. Blish (The Seedling Stars, 1956), Solaris di Stanislaw Lem (Solaris, 1961), Sorella clone di Pamela Sargent (Clone Sister, 1973), Ricambi di Michael M. Smith (Spares, 1994). Forse dimentico qualcosa, ma non molto.

Ad esempio non dimentico di citare Dick, che però merita qualcosa più che una citazione. Nell”immaginario collettivo Dick ha creato i replicanti, ha creato i simulacri, ha messo in circolazione il Modello Due (che non è un clone, ma insomma…). È l’autore che più di ogni altro ha indagato sul significato della realtà intrinseca dell’uomo e ha instillato in ognuno di noi il dubbio taosita della corretta percezione dell’essere (vedi Zhuang-zi). Insomma, è andato ben oltre la domanda posta da Brown sul concetto di “diversità”.
Dick è un autore che, un po’ come Wells, ha fagocitato l’intero genere ed è difficile toccare argomenti che non siano stati già trattati. E come con Wells, il cinema ne ha fatto man bassa.

Dato che negli ultimi anni la sf si è spostata dalla letteratura al cinema, è ovvio pensare che proprio lì possiamo trovare l’argomento clone trattato in modo più peculiare. Mettendo da parte la saga di Star Wars, la cui seconda parte, che e poi la prima, si basa praticamente tutta sui cloni, l’argomento ben si presta ad essere utilizzato, tanto che l’elenco di film potrebbe essere pressoché sterminato. Lo potremmo iniziare da un film del 1956, L’invasione degli ultracorpi, tratto dal romanzo Gli invasati di Jack Finney (The Body Snatcher, 1954); è un film che nei recenti ultimi vent’anni ha visto almeno due remake, ma nel quale sono gli alieni che creano cloni dei terrestri, per cui direi che il discorso non vale, siamo “fuori tema”.

Tralasciando altri esempi ancora più ovvi (quasi tutti di sana matrice dickiana o comunque ispirati alle sue opere, che vanno da Atto di forza a Blade Runner, da Il 6° giorno al recente Il mondo dei replicanti) di esempi ce ne sarebbero veramente a bizzeffe (pensiamo a Terminator, per dirne un altro). Ma a ben vedere, in tutte quelle storie, il concetto di clonazione è un pochino spurio, non è centrale alla storia. Ma forse le cose stanno cambiando con il cinema del nuovo millennio.

La locandina italiana del film

Nel 2005 Michael Bay firma la regia del film The Island, con McGregor e Scarlett Johansson quali protagonisti. Abbiamo una bella storia di sf che vagamente a qualcuno potrà ricordare il romanzo La fuga di Logan di William F. Nolan, ma che è simile solo per l’ambientazione claustofobica. I due protagonisti e tutti gli abitanti dell’Isola (per l’appunto), sono in realtà dei cloni che servono da pezzi di ricambio a dei ricconi che vivono in città. Grazie alla prespicacia del protagonista maschile, che sospetta qualcosa di poco chiaro in tutta la faccenda, i due riescono ad “evadere”; il film si perde in inseguimenti fantascientifici e il tutto viene poi diluito in una patina adrenalinica. Ma è il modo degli americani di concepire le trame dei film, non ci possiamo fare niente (finito quello Michael Bay si è messo a giocare con i Transformer; non l’ha fatto da piccolo e sta recuperando adesso).

La locandina italiana del film

Fortuna, dirà qualcuno, che ci sono gli inglesi. Nel 2009 tal Duncan Jones (che è uno sconosciuto, ben inteso, al massimo lo si conosce perché è figlio di David Bowie…) spendendo una manciata di sterline firma la regia di Moon, ambientato qualche anno nel futuro rispetto al presente, in una situazione globale in cui finalmente si è trovato il modo di sfruttare le risorse messe a disposizione dal nostro satellite preferito. Così una multinazionale ha avuto il permesso di piazzarci una stazione per spedire sulla Terra periodicamente le scorte di Elio 3 che è divenuta la fonte energetica che ha sostituito tutte le altre. Wow!

Siamo finalmente davanti a un opera di fantascienza classica, nella quale valgono di più le idee degli effetti speciali, che dopo molti decenni porta giustizia ai cloni; sarà un caso, ma è inglese. Il film è senz’altro a basso costo, un po’ perché è girato tutto nell’interno della stazione spaziale (con un marcato omaggio allo Stanley Kubrik dell’Odissea), un po’ perché l’attore è in pratica uno solo: Sam Rockwell, con la sola voce di Kevin Spacey che anima Gerty, il computer della stazione. E i cloni, dove sono direte voi? Be’, i cloni sono proprio le numerose copie del protagonista che vengono risvegliate una dopo l’altra, per tenere attiva la stazione anno dopo anno, senza che naturalmente nessuno si sia mai preso la briga di dire al clone la verità. Tutto funziona liscio, finché casualmente un clone non recupera accidentalmente la sua copia precedente, rimasta intrappolata in un veicolo di superficie dopo un incidente, ma ancora viva.

Et voilà, Zhuang Zhou ha finalmento incontrato la farfalla. E da qualche parte c’è ancora qualcuno che ha voglia di usare la sf per quello che è veramente.

Illustrazione di Oscar Chichoni

La letteratura, rispetto alla vita reale, ha il grande vantaggio di poter pianificare la sua rappresentazione. Sta alla furbizia dell’autore fare in modo che gli eventi si dipanino nel modo più corretto. Anche quando gli avvenimenti si svolgono con modalità estremamente realistiche, non dobbiamo scordarci che dietro tutto quello che si legge vi è un piano preciso.
Nella vita reale, differentemente, accadono cose che possono essere veramente inaspettate e incomprensibili. Diamo naturalmente per scontato che dietro il nostro universo non ci sia un’entità che ordina e dispone. I comportamenti dell’umanità sono, perciò, in massima parte stocastici e il margine di prevedibilità è veramente molto basso. Chi può dire, dunque, quali saranno i comportamenti dell’uomo di fronte degli eventi che sarà costretto ad affrontare? Oppure, data la sua intima e personale natura, quali potranno essere i suoi comportamenti in ambito sociale?
Ma gli avvenimenti che a noi possono parere senza senso, il più delle volte hanno delle ragioni ben fondate, derivanti da pulsioni (consce ed inconsce) radicate nel profondo dei protagonisti che le animano. Il caso Marrazzo ne è un esempio più che lampante (approfondisci) e se ci può insegnare qualcosa è proprio in questo senso; comunque finirà tutta la bagarre scatenata a seguito dei comportamenti privati di un ex governatore, con morti sospette al seguito, alla base di tutto vi è l’individuo con la sua natura e le sue peculiarità, che non cambiano da quelle dell’uomo della strada anche se momentaneamente esso ricopre cariche e funzioni che lo fanno apparire come un essere superiore alla media. Si tratta di una sottile questione morale.

La questione morale in letteratura è ovunque. Le citazioni rischierebbero di essere uno sterile elenco di opere, inizierebbe dall’Alcesti di Euripide per finire a Roberto Saviano. Si tratta di un concetto che è strettamente legato al fine stesso della letteratura e perciò non è solo una questione di rispetto della legalità; il discorso si fa complesso. Lo scrivere, e perciò la letteratura, deve pur servire a qualcosa; già di per sé stesso questo è un fatto etico. La letteratura, così come la vita reale, sono strumenti di ricerca per la verità, direbbe un ermetico come Carlo Bo. E gli risponderebbe un qualsiasi scrittorucolo di sf facendogli notare come proprio la famigerata “fantascienza” sia l’ambito letterario ideale per fornire una conoscenza, informare su ciò che non si conosce, fornire gli strumenti per la ricerca del sapere.

La questione morale in sf è trattata da differenti punti di vista. Anche qui il discorso è senz’altro complesso, in quanto ancor più che altri generi, la sf fa suo un argomento che si presta enormemente a valutazioni morali: l’ingerenza della scienza e della tecnologia nella natura umana. La sf è una letteratura ad alto tasso di moralità, se consideriamo le cose dal punto di vista scientifico. E anche qui l’elenco di opere da citare sarebbe sterminato, a cominciare dall’opera completa di H.G.Wells fino al cyberpunk.
Per definire il concetto può essere utile citare un autore come George Alec Effinger ad esempio, che riesce a delineare in uno sfondo come il Budayeen del ciclo di Marid Audrian, una società nella quale convivono aspetti che per il nostro metro di giudizio possono essere considerati senz’altro di “dubbia moralità”; una società dove il cambio di sesso è operazione comune e dove impianti cibernetici permettono alle persone di modificare le proprie capacità e la propria personalità.
Il ciclo si compone di tre romanzi scritti tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, ma che hanno una freschezza, un senso, un riscontro, proprio ai nostri giorni, come testimonia la loro recente ripubblicazione. Il primo romanzo della serie, When Gravity Fails, è del 1987 ed originariamente è stato pubblicato nella collana Cosmo Argento della Nord come “Senza tregua” (traduzione di M.C. Pietri); la nuova edizione proposta dalla casa editrice Hobby & Work mantiene invece il titolo originale di “L’inganno della gravità” (traduzione di E. Raguzzoni).

La copertina originale e a sinistra le due edizioni italiane.

La società dipinta da Effinger è fatta di caste chiuse, dure, in cui i protagonisti si muovono in un oscuro clima di romanticismo tecnologico; una società nella quale l’essere innamorati di una persona che ha cambiato sesso con un’operazione chirurgica è vissuta in modo del tutto naturale; nella quale usufruire di un innesto per trasformarsi in una persona diversa è attività lecita e consentita. Questo è il modo in cui si muove l’investigatore privato Marid Audrian che in questi romanzi ha saputo delineare e indagare molti aspetti che per certi versi rischiano di divenire la nostra prossima realtà; aspetti che nella vita reale di oggi scatenano sempre un bailame di confronti e dibattiti in tutte le sedi ogni volta che salgono alla ribalta, ma che nella finzione letteraria (che deve fornire gli strumenti di ricerca della verità) sono elementi assurti dai protagonisti a rango di normalità. Protagonisti in cui il lettore non fatica a immedesimarsi in una sorta di benefico transfert catartico. Se andiamo a considerare quindi gli aspetti sociali, la sf è una letteratura priva di moralità.

Ma anche la nostra società è priva di moralità. Lo è da sempre, e solo l’agitarsi scandalizzato di coloro che si sentono in obbligo di salvaguardare la presunta onorabilità della razza tenta di far apparire diversa questa realtà.

Etica e morale, nella vita reale, sono etichette che diventa sempre più difficile appendere sotto valori ed azioni assolute. Si tratta di una questione relativa, infatti, definire che sia più immorale frequentare dei transessuali invece che fare azioni per frodare il governo di cui si è rappresentati.

Oppure far credere a tutti di essere il paladino dell’etica e della giustizia, anziché propinare al popolo di sacrificarsi per il loro bene.

In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia
(da Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam, 1509).


Il nostro rapporto con la follia ha ragioni profonde e antiche. Nonostante l’evoluzione della nostra specie prosegua inflessibile da centinaia di miglia di anni, abbiamo ancora qualche difficoltà a riconoscerla e ad apprezzarla per quello che è il giusto oppure ridimensionarla per i suoi eccessi. Insomma, non siamo in grado di gestirla nel modo più corretto, in quanto non comprendiamo a fondo i meccanismi che la regolano e non ne intravediamo un uso proficuo. Ha provato Geer Gertz nel XVI secolo a tesserne le lodi e Shakespeare ce l’ha propinata in tutte le salse quasi in ogni opera, proprio a rimarcare che la pazzia e la compagna ideale della razza umana: “La pazzia, signore, se ne va a spasso per il mondo come il sole, e non c’è luogo in cui non risplenda” (W. Shakespeare, Aforismi).

E così, da sempre, ci culliamo in questo dubbio dicotomico: curarla o assecondarla?


La medicina cinese riconosce almeno due forme psichiche in cui si può riconoscere la pazzia: dian (follia calma) e kuang (follia agitata). Se la prima è una semplice sindrome di tipo yin con una perturbazione dello shen-ming, legate al vuoto di Milza e Cuore, la seconda, conosciuta anche come furore convulsivo (kuang jing) è sicuramente più grave. È questa seconda forma che provoca la fuga dello yang o, come le chiama il Su Wen, la fuga del verso tutte le parti yang del corpo; è il fuoco del Fegato e del Cuore per compressione del qi legata ai sette sentimenti.

Insomma, una cosa seria da dover gestire, difficile (se non impossibile) da dover curare. Riconoscerne i sintomi, evidentemente, è l’elemento chiave per la cura o la prevenzione da mettere in atto. Se in una persona si riscontrano disturbi quali ad esempio la risalita dello yang del Fegato, oppure il vuoto di sangue e qi, se compaiono le ostruzioni da catarri e vi è una netta insufficienza del jing del Rene, con tutti i sintomi fisiologici che li caratterizzano, si può pensare di essere di fronte a turbe di origine neurologica e agire di conseguenza.

Ma si sà, dalle nostre parti (in occidente) non si fanno questi ragionamenti; farsi passare per pazzo basta andare in giro con le mutande a rovescio o dire di venire da un altro pianeta.


Un po’ quello che succede al protagonista di K-Pax, romanzo di Gene Brewer del 1995 (tradotto da Dario Fonti e pubblicato da Baldini Castoldi Dalai nel 1996); nel 2001 sono anche riusciti a trasformarlo in film, solo dopo che il regista Iain Softley è riuscito ad attirare l’interesse di Kevin Spacey e Jeff Bridges. È un bel film, con un ottima regia e buone interpretazioni da parte di tutto il cast. Curioso il taccuino di appunti dell’alieno Prott, disponibile on-line per la consultazione: www.k-pax.com/journal/.

SOPRA - Copertine di tre edizioni del libro: l'originale, l'italiana e quella "post movie"


Trovano il protagonista nel bel mezzo di New York e subito lo si etichetta come pazzo, in quanto dice appunto di venire da un pianeta della costellazione della Lira cavalcando un’onda di luce. Viene preso sotto l’ala protettrice del dr. Powell, il quale si fa in quattro per dimostrare che invece e terrestre quanto tutti gli altri che lui conosce. E alla fine crede anche di riuscirci, e l’alieno Prott diviene il terrestre Robert.

È un film del quali pochi hanno capito la bellezza e che non viene nemmeno considerato un film di science-fiction; principalmente perché la storia è intelligente, scritta dal dr. Brewer, che si è occupato di replicazione del DNA e divisione cellulare, prima di diventare uno scrittore.E se la storia è intelligente, cosa c’entra con la fantascienza?

In effetti c’entra molto, ma nessuno ci ha fatto caso; tanto per cominciare si tratta di una vera e propria trilogia che ha Prott come protagonista (http://www.genebrewer.com/index.html) ma che in Italia è arrivata zoppa perché nessun editore ufficiale di sf l’ha preso in considerazione.

Siamo troppo abituati a cogliere, soprattutto nella finzione filmica, aspetti in cui la science-fiction è urlata. Trame e sceneggiature più “sottili” sono da sempre poco considerate, sia dal grande pubblico che dai critici.

L’alieno Prott utilizza l’ondulazione luminosa per trasportarsi nell’universo; siamo abituati a considerare la materialità e troviamo poco affascinante forse vedere un alieno che non sta in groppa al suo disco volante. Prott usa la luce, è fatto di luce magari. Prott trova nel terreste Robert un forte richiamo; quando capisce che quest’ultimo ha un bisogno estremo decide di sacrificarsi e per un po’ ed entra in lui, salvandolo in qualche modo dalla morte. Per abbandonarlo quando capisce che ha trovato nel dr. Powell qualcuno in grado di accudirlo; e riparte così sull’onda di luce lasciando sulla Terra un simulacro che risponde al nome di Robert.

La migliore science-fiction che io conosca è così: sottile, caratterizzata dalla leggerezza, una dote letteraria indispensabile.

Siamo nel 1959; a ottobre sulla rivista Galaxy esce un racconto di una struggente bellezza per il messaggio che riesce a trasmettere: A Death in the House di Clifford Simak (edizione italiana in Eternità perduta, Fanucci, 1980). L’idea che Simak ha degli alieni è senz’altro atipica per il tempo e tutta la sua bibliografia ne è la testimonianza; anche Simak, ovviamente, era folle… Il protagonista del racconto trova una mattina una navicella spaziale nel campo dietro casa, con un alieno moribondo che poi gli muore in casa e lo sotterra nel campo; ma la science-fiction non è qui. La sf sta nel “sacrificio” che l’essere alieno, rinato grazie al fatto di essere stato seppellito, decide di attuare prima di ripartire, lasciando al terrestre qualcosa che per lui è preziosissima, ma che per il terrestre potrà essere ancor più importante per sconfiggere la sua solitudine. Un estremo sacrificio fatto in segno di amicizia e affetto. Un po’ come Prott con Robert.

Roba da pazzi! Come si fa a fare della fantascienza con queste temi? Qualunque psichiatra non esiterebbe un attimo a sbatterci in manicomio. Dove non è difficile finire se sei un alieno in transito, come abbiamo visto.

Nel 1967 lo aveva fatto anche John Brunner in Quicksand (Sabbie mobili/La donna venuta dal nulla, traduzione di Roberta Rambelli, collana Slan n.37, ed. Libra, 1978); nelle campagne del Galles viene trovata una ragazza dalle fattezze infantili, totalmente nuda, che non parla nessuna lingua conosciuta e che sembra venga appunto dal nulla. Lentamente il medico che la tiene in osservazione nell’ospedale psichiatrico, riesce a svelare il segreto e fa affiorare la civiltà di Llanraw per metterla in contrapposizione con quella terrestre; è uno dei primi e più sottili esempi di temi sociologici del Brunner che poi abbiamo conosciuto per opere di maggior spessore.

A ben guardare girando tra i corridoi dei manicomi letterari della science-fiction, non si trovano solo alieni. Marge Piercy nel romanzo Sul filo del tempo (Woman on the Edge of Time, 1976, tradotto da Andrea Buzzi e pubblicato nel 1990 da Elèuthera) è riuscita a piazzarci in modo decisamente efficace (dal punto di vista letterario, s’intende) anche una portoricana affetta da una sindrome cronotopica che la fa pendolare continuamente con un futuro proiettato di 16 anni dal suo presente.

Insomma, che Erasmo da Rotterdam avesse ragione? Difficile non tessere le lodi della pazzia, visto che senz’altro è uno dei prodotti più interessanti della nostra civiltà, ma non solo: tra i pazzi si possono trovare gli individui più interessanti che ci possano essere. Umani e non.

(Pubblicato sul n.16 di Io Come Autore)

Quante volte l’abbiamo visto accadere? Sofisticazione alimentare e qualcuno ci lascia la pelle. Strane malattie resistenti che non si sa da dove arrivino o che, peggio ancora, non si sa fin dove arriveranno. Una volta è il pollo o magari la carne di manzo, infine il maiale, in una giroscopica danza della morte.

L’attenzione che poniamo a quello che mangiamo è totalmente travisata dal bombardamento mediatico al quale siamo costantemente sottoposti. Non ci facciamo caso, ma purtroppo quello che mangiamo, il più delle volte, è quello che per sentito dire qualcuno ci ha detto che è meglio ingerire. Magari l’ha detto la nonna o ce lo ha inculcato la mamma, e se siamo stati abbastanza scaltri da evitare i consigli parentali ci pensa la pubblicità a riportarci in linea con il resto del mondo.

Un po’ come nel romanzo I mercanti dello spazio (The Space Merchants), di Frederick Pohl e Cyril M. Kornbluth; un acuto romanzo del 1953 che ancora lo si trova, perché è uno di quei libri che ha segnato la strada. È arrivato in Italia nel 1962 (Urania n. 297) e da allora la Mondadori lo ripubblica più o meno costantemente.

SOPRA - Edizioni italiane del romanzo dal 1962 al 2008

L’attualità del romanzo non sta nell’aver utilizzato tra gli espedienti narrativi, trovate “singolari” per i tempi come quella del caffè con alcaloidi addizionati (così da creare dipendenza), o la carne di pollo sintetica creata in vasche di laboratorio e che diviene la soluzione per eliminare la fame nel mondo. L’attualità sta nel protagonista: l’uomo. Quello che tra tanti, comunque vadano le cose, a un certo punto alza la testa e dice basta, o almeno ci tenta. Ecco: quello è l’uomo che forse ci salverà, che ci porterà fuori, perché potremo sempre contare sul fatto che lui sarà sempre lì a vigilare. È la soluzione che sempre la nostra specie ambisce: contare su qualcuno che faccia per noi il lavoro sporco e ci salvi.

Per quello che serve, ovviamente; nel romanzo, ad esempio, il pubblicitario protagonista della storia si ritrova ad essere buttato dall’altra parte della barricata, tra i consumatori.

Così come nella realtà l’uomo non ha nessun tipo di controllo su ciò che viene prodotto e può solo fidarsi di quel poco che viene riportato sulle etichette dei prodotti. Anche ciò che l’uomo coltiva personalmente non è esente da rischi, in quanto nessuno ha il controllo completo delle materie prime che vengono impiegate e tantomeno governa le condizioni metereologiche della zona in si coltiva.

Anzi, l’aspetto del ingovernabilità sembra in genere preoccupare veramente poco le persone. Certo, a parole, basta chiederlo e tutti sono seriamente preoccupati se non addirittura impegnati a contrastare le sofisticazioni. Ma per migliorare la situazione basterebbe probabilmente molto meno dell’impegno civile: attenzione a cosa si mette in bocca, come con i bambini!

Ad esempio, secondo i canoni della medicina cinese, noi siamo ciò che pensiamo, che respiriamo e che mangiamo; alimentazione e respirazione, infatti, sono Hou t’ien, ovvero le due fonti che contribuiscono a creare l’energia acquisita (energia rong) che consente al nostro corpo di vivere e svilupparsi. Secondo questa semplice affermazione dunque, il fatto di essere impotenti contro la sofisticazione alimentare, mina per un terzo lo stato di buona salute di ogni individuo.

Le indicazioni della medicina cinese sono, almeno in un primo livello, in definitiva molto semplici: nutrirsi esclusivamente di alimenti locali, mangiare frutta e verdura nella stagione in cui matura, assumere alimenti il più possibile freschi, evitare i prodotti raffinati come lo zucchero bianco, la farina bianca e i cereali privi del loro involucro, lavare accuratamente frutta e verdura. Insomma, sembra di sentire parlare la nonna. O che le nonne abbiano comunque attinto alla monumentale opera di Li Shi Zhen, terminata alla fine del XVI secolo: il Ben Cao Gang Mu, ovvero il Compendio di materia medica in 52 volumi nei quali sono descritti e classificati circa 2000 farmaci ed è la più importante opera di scienze naturali, medicina, farmacologia, botanica, mineralogia, astronomia di tutta la storia cinese e che è poi servito da base anche per lo sviluppo della dietetica.

Un argomento, questo della dietetica, che per la tradizione cinese è però in effetti molto complesso da gestire, in quanto bisogna saper accordare fra loro la forma e l’energia degli alimenti con il loro sapore, in quanto l’obiettivo principale è l’aspetto energetico dell’alimento, legato principalmente alla qualità.

E siamo tornati al problema: la qualità è un concetto ormai aleatorio. Dobbiamo accontentarci del modesto livello di controllo che possiamo operare personalmente o che effettuano gli enti preposti.

SOPRA - Ben Cao Gang Mu (Compendium of Material Medica)

Morire per fame, in molte parti del mondo è ancora una realtà e per loro qualcosa si può ancora fare. Un po’ come quando vedi qualcuno che è sotto il tiro di un’arma: sposti la canna dalla traiettoria. Più difficile sarà invece evitare di morire di nutrizione errata, perché in questo caso non sappiamo da dove può arrivare colpo.

Sempre più si fa strada l’abitudine di dover dipendere dai mezzi di comunicazione di massa per ottenere un briciolo di vera e reale “giustizia”. A volte solo apparenza patinata, più che sostanziale attribuzione di colpe e giuste pene, ci dà ormai un gusto sopraffino vedere scocciatori più o meno blasonati all’inseguimento di politici ignoranti, dirigenti inadempienti e funzionari distratti.
Se dobbiamo attribuire un precedente letterario illustre a questa situazione dobbiamo voltarci di circa una trentina d’anni, quando cioè, nel 1969 Norman Spinrad scrive un romanzo singolare che mette a confronto il mondo dei media, la politica e il capitalismo: Bug Jack Barron (Jack Barron e l’eternità, Fanucci ed., Futuro Biblioteca di Fantascienza n. 4, 1974) ripubblicato alla fine del secolo con il titolo Jack Barron Show. Meglio il titolo degli anni ’60, perché di eternità il romanzo tratta.
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Per noi la cosa bella del romanzo è l’atteggiamento di sfida dei media nei confronti della politica e del capitalismo; non puoi non essere dalla parte di Jack Barron e della sua trasmissione “Bug Jack Barron”, scocciatelo e lui scoccerà per voi i potenti o anche solo il vicino di casa, se vi fa piacere.
Alla fine nel romanzo il conduttore della trasmissione viene travolto dagli eventi, in quanto sono eventi comunque straordinari – la ricerca dell’eternità, per l’appunto – mentre nella nostra realtà, per ora, i diversi Jack Barron che popolano l’etere cavalcano indefessi sul loro cavallo bianco distribuendo colpi di spada a destra e a manca.
Ma non si vede la fine della battaglia, anzi. Gli “scocciatori” dilagano e aumentano a vista d’occhio. Sarà sempre più difficile riconoscere il vero Jack Barron.
In pianeta gemello della Terra - foto EISA

In pianeta gemello della Terra - foto EISA

Molto spesso, scrivere un romanzo, significa scrivere solo una parte della storia. Buona parte rimane o dentro lo scrittore oppure da qualche altra parte. Prendiamo ad esempio Jules Verne che scrive una storia come Il giro del mondo in 80 giorni. La scrive nel 1873 e più o meno tutti ne ricordiamo la trama.
Ieri sera in televisione hanno trasmesso un film prodotto dalla Walt Disney, basata molto liberamente sul romanzo di Verne, con protagonista Jackie Chan nella parte di Passepartout e Steve Coogan in quella Phileas Fogg. La visione del film ha scatenato i miei ricordi, e soprattutto il fatto che il romanzo di Verne ha non un semplice e banale seguito scritto dall’autore, ma bensì un “doppio”.
farmer
Si tratta del romanzo Il diario segreto di Phileas Fogg (The Other Log of Phileas Fogg) che lo scrittore di sf Philip Josè Farmer scrive nel 1973 e che spiega un’altra realtà: lo scienziato inglese è in realtà un agente segreto in lotto contro nemici alieni che minacciano di invadere la Terra.
Lo stesso Farmer, nel prologo del romanzo (pubblicato in Italia purtroppo solo nel numero 1140 della collana Urania), ci chiarisce alcuni fatti: “Consideriamo certi accenni di Verne che riguardano Phileas Fogg. Che era in grado di vivere mille anni senza invecchiare. Che la sua ammissione al riservatissimo Reform Club era un mistero… Nessuno sapeva da dove venissero Fogg e il suo patrimonio… Fogg, a quanto pareva, era un uomo di abitudini rigorosissimamente metodiche. I vicini non solo potevano regolare l’orologio sull’ora del suo passaggio, ma dovevano chiedersi se era davvero un uomo e non un congegno meccanico di leve e ingranaggi… E aveva viaggiato quell’uomo che limitava le proprie attività ad una zona ristrettissima di Londra? Dava l’impressione di conoscere ogni parte del mondo, fino ai luoghi più lontani…”.
L’approccio di Farmer alla letteratura, del resto, è proprio quello di “completare” in un certo qual modo la realtà; è un fatto evidente in quasi tutta la sua produzione, dal ciclo del Fiume a quello dei Fabbricanti di universi.
La complementarietà, nella letteratura, è un fatto auspicabile.

La nebulosa di Orione

Gianluca Nicoletti – giornalista della Stampa e conduttore di un’originale rubrica radiofonica su Radio24 – è attualmente impegnato a condurre una vita “alternativa” su Second Life, fenomeno antropologico emergente dell’inizio millennio. Attenzione: Second Life non è un fenomeno di nicchia, sta infatti dilagando a tutti i livelli: politici del calibro di Formigoni a Di Pietro hanno già aperto i loro uffici virtuali, per non parlare poi di personaggi più o meno famosi dello star system. Mi manca di avere notizia per quanto riguarda personaggi di calibro scientifico, che diano maggiormente corpo al fenomeno anche se dubito che mai Gino Strada si costruisca un avatar.
Recentemente l’avatar di Nicoletti è stato, come dire, “replicato”, ma neanche; insomma, qualcuno si fa passare per lui e adesca nella realtà alternativa le sue fedeli ascoltatrici per sedurle – virtualmente s’intende. Questo fatto ha gettato nello sconforto le ascoltatrici e ha anche generato dei sospetti di instabilità mentale in Nicoletti da parte di molti altri ascoltatori che sospettano una sua devianza dalla realtà. Insomma, un dibattito decisamente vivo e articolato. Qualcuno direbbe esagerato.
È interessante notare tutto quello che si sta scatenando attorno a Secon Life, ma credo che la nostra epoca imponga più di qualsiasi altra dei modelli mentali adeguati.
La science-fiction ha analizzato tutto questo fenomeno ben prima che divenisse realtà; da P.K. Dick – vale a dire negli anni ’50 – in poi tutto è stato scritto prima ancora che accadesse. Le nuove generazioni, o comunque chi non ha mai beneficiato di quella letteratura, hanno dovuto impattare la concretezza della realtà virtuale soffrendo maggiormente. E se sei giovane la metabolizzi meglio, mentre i più datati hanno difficoltà a digerire e devono stare molto attenti all’assunzione.
Nicoletti, che pur di primo pelo non è, dichiara di avere famigliarità con il fenomeno dal 1992, anno in cui vide un film che trattava del fenomeno realtà virtuali (Il Tagliaerba, The Lawnmower Man, di Brett Leonard; un film abbastanza brutto, famoso solo per essere stato il primo nel quale siano state utilizzate delle sequenze completamente computerizzate). Buon per lui, anche se devo dirgli che si è perso parecchio. Da parte mia credo di essermi occupato di realtà virtuali dalla fine degli anni ’70 o comunque dall’inizio degli anni ’80; la sf mi ha dato, anche in questo caso, gli strumenti mentali adeguati per navigare la situazione. Ne ho viste di tutti i colori e ho vissuto le situazioni con una certa dose di distacco mentale, senza mai cadere nella catarsi totale intendo.
L’importante non è saper distinguere tra realtà e finzione – credo che Dick ci abbia sufficientemente chiarito che forse è impossibile – ma piuttosto capire cosa si può fare se si crede di vivere nella finzione, anziché nella realtà. A meno che non si confondano i due stati.

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