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racconto di Giorgio Ginelli
segnalato alla quarta edizione del Premio Città di Montepulciano, 1992
e pubblicato sul quotidiano Corriere del Giorno di Taranto, 17 luglio 1992


1.
I tre erano seriamente preoccupati, lo si vedeva da come quello più alto agitava le mani e da come quello che gli stava in fianco scuoteva la testa. Poco più indietro, ma solo di mezzo passo, il terzo, che era il più basso e tozzo, aveva l’aria imbronciata di chi ne ha già avuto abbastanza di tutta quella storia.
– Dai Danton, tranquillo. La beve, vedrai che la beve.
– No. È talmente cretina come definizione che anche mia sorella storcerebbe il naso. “Distorcitore spaziotemporale”… Sa di film di serie B!
Dietro le loro spalle Bieta sbuffò forte, col preciso intento di farsi notare.
– Senti, perfino Bieta ha qualcosa da dire.
– Ci credo bene! Ha ormai finito il prototipo da un mese e smania di provarlo almeno una volta… Dai, dai, vedrai che andrà tutto bene.
– Fermiamoci un attimo… Un attimo che se no divento matto!
– Lo sei già Danton, lo sei già… Come tutti noi, altrimenti non ci saremmo messi insieme in questo progetto.
Il terzetto si fermò davanti a un distributore di bevande e Bieta, incurante dei due compagni che si fronteggiavano, si servì di una cioccolata calda. La cioccolata per Bieta era un rito, fin dalla sua infanzia. Quel poco che ricordava dei suoi genitori, anzi di sua madre, è legato a fumanti tazze di cioccolata servite nei pomeriggi d’inverno. Ogni volta che ne poteva sorseggiare una, la sua mente andava indietro nel tempo… E già, il tempo.
– Senti Guzzo – stava dicendo Danton. – Sono d’accordo con te che Pompeo non accetterebbe mai un progetto riguardante una macchina del tempo. Ma non possiamo nemmeno andare a raccontare la panzana del distorcitore a un docente di neurofisica molecolare!
– È una questione formale, Danton. Formale e basta. Pompeo non può accettare un progetto dichiaratamente al di là delle normali conoscenze tecniche. Ma rimarrà incuriosito, affascinato dall’esposizione che tra qualche minuto tu gli proporrai in quella stanza là in fondo. Non aspetta che te! La tua esposizione della mia teoria neurotemporale sarà l’avvenimento accademico dell’anno!
Bieta intanto continuava a sorseggiare la cioccolata guardando alternativamente i due compagni e sbattè quattro volte le palpebre prima di parlare; anche quello era un avvenimento. – Vi ricordate gli esperimenti fatti da Pompeo sui fenomeni di déjàvu?
– Che diavolo centra il déjàvu con i viaggi nel tempo, Bieta? È la cioccolata che ti fa quell’effetto?
– Non hanno attinenza, è vero Guzzo. Ma incidentalmente sia Pompeo nei suoi esperimenti che noi, nel prototipo della macchina, abbiamo utilizzato le stesse matrici cerebrali.
Il terzetto sembrò inghiottito in una bolla di silenzio assoluto. Il caos del corridoio svanì per qualche istante mentre ognuno dei tre elaborava con la propria materia grigia quell’acutissima osservazione. Infine Danton rompe l’incantesimo e ripiomba il terzetto nel corridoio con un’esclamazione urlata a pieni polmoni: – Bieta, sei un genio!
Anni prima, il loro illustre docente di neurofisica molecolare, era stato il pioniere dell’approccio all’analisi dei fenomeni fisici attraverso le strutture organiche. Un po’ come dire che era stato il primo a usare il cervello… e la battuta aveva fatto subito tutto il giro del Politecnico.
Le matrici cerebrali non sono altro che impianti neuronali di persone realmente esistite e di cui la banca degli organi della facoltà di neurologia era stracolma. Erano servite per un certo periodo alle ricerche contro il cancro, ma furono subito messe in disparte all’avvento delle prime cellule cerebrali sintetiche.
Nei suoi primi anni di ricerca Pompeo era riuscito quasi ad elaborare una teoria che desse una spiegazione ai fenomeni provocati dalle scariche cerebrali, come i déjàvu o le crisi convulsive, proprio utilizzando quelle matrici cerebrali. Si era fermato per paura del ridicolo.
Nell’ambiente accademico già trapelavano voci secondo cui Pompeo giocasse con i cervelli della neuro per fare un megaelaboratore, o per riprodurre in forma sintetica il pensiero umano; tutte voci che lui aveva fatto correre, anche se non vere, poiché davano una connotazione di moderata importanza a quello che era il vero scopo della sua ricerca.
Ciò che turbò la sua tranquillità fu una frase che sentì un giorno, per caso, da due studenti del secondo anno: “Speriamo che Pompeo renda pubblica la sua ricerca, così anche noi potremo aumentare il nostro quoziente di intelligenza”. Lì per lì non ci fece nemmeno caso, ma poi montò su tutte le furie. Non poteva sopportare che girasse una voce come quella; lui non aveva bisogno di trovare un metodo per acquistare più sale in zucca! Se quella voce fosse girata, sarebbe stata la fine per la sua immagine nel mondo accademico e per la sua carriera.
Interruppe così le ricerche e pubblicò un trattato che illustrava più o meno l’utilizzo delle terminazioni neuronali organiche per lo studio del sonno profondo. Ottenne ugualmente la cattedra con tutti gli onori ed è tutt’ora un opera basilare per quanti si occupano di apparecchiature bioelettroniche.
Dunque Bieta aveva visto giusto. Non c’era niente di meglio che far passare la loro macchina del tempo per un’apparecchiatura dedicata all’analisi dei fenomeni elettrici del cervello. Il seguito delle sue ricerche, insomma.
– Dici che dovremmo tirare in ballo i déjàvu, Danton?
– Sarebbe meglio evitare. Non vorrei risvegliare in lui tristi ricordi. Sai com’è di umore viscerale Pompeo.
– Un vago accenno però lo farei… Giusto per fargli capire che noi…
– Vedrò di che umore è e deciderò sul momento.
Nel frattempo il terzetto era arrivato vicino alla porta dell’aula ed entrarono con passo sicuro: il Guzzo, Danton e, trotterellando a ruota, il taciturno Bieta.
Pompeo aspettava proprio loro e non era solo. Alcuni studenti del terzo e quarto corso stavano seduti tra i banchi. – Aspettavamo proprio loro, miei cari signori.
– Stavamo raccogliendo gli appunti – si scusò per tutti Danton. – Vorremmo fare un’esposizione breve e coincisa, signore.
– Bene, non vi manca che cominciare. E non preoccupatevi di quanti vi stanno intorno. Esponete a me il vostro progetto senza preoccuparvi che venga capito da altri che me!
Il Guzzo e Danton si guardarono negli occhi. Bieta si era già seduto e fu subito seguito dal Guzzo che lasciò Danton con lo sguardo perso nel vuoto. Sentiva freddo. Forse era il vento, ma in aprile tira una piacevole brezza. ‘Qua dentro tira aria cattiva, però’ pensò Danton prima di aprire bocca per parlare.

2.
– Bravo Danton – stava dicendo il Guzzo, mentre l’amico piangeva. – Un’esposizione superba. Perfino nei minimi dettagli…
Bieta era seduto accanto a Danton e scrollava la testa; un gomito era appoggiato all’intelaiatura di una macchina che sembrava l’incrocio tra una pedana da discoteca e la stanza di teletrasporto dell’Enterprise.
– Pensa Danton – proseguì implacabile il Guzzo, per niente intenerito dai singhiozzi dell’amico. – Prima che tu dicessi quella maledetta parola, Pompeo aveva mantenuto un’espressione quasi attenta e interessata. Ma è bastato quell’accenno al tempo per mutare irrimediabilmente la mimica della sua muscolatura facciale! E suppongo anche dei suoi processi cerebrali…
– Non volevo – singhiozzava Danton. – Non pensavo che gli bastasse così poco per…
– A Pompeo! – urlò il Guzzo. – Proprio a Pompeo, Danton? Quell’uomo ha un sacro terrore di tutto ciò che possa farlo cadere nel ridicolo! Un minimo accenno al tempo è bastato per insospettirlo e ti ha tirato fuori dalla bocca tutto quello che voleva con due sole domande, Danton. Te ne sei accorto? Dov’eri quando è successo?
– Che possiamo fare ora? Non possiamo buttare all’aria tutte le ricerche e il prototipo. Non abbiamo nemmeno il tempo per fare il prototipo di qualcos’altro.
A quel punto Bieta battè furiosamente il palmo della mano sull’intelaiatura della macchina del tempo: – Non ci saranno altri prototipi che questo!
– Che ti prende Bieta? Se ti prudono le mani grattale su un mobile meno costoso.
– La tua teoria è esatta?
– Che domanda idiota…
– Rispondi.
– Manca solo la fase delle prove sperimentali…
– Bene! Quelle possono cominciare anche subito, perché se la tua pensata è giusta e i calcoli di Danton anche, questa macchina è un gioiello di perfezione. Qualsiasi cosa assemblata da me lo è!
Poter vedere Bieta che si accalora in un discorso non era uno spettacolo da tutti i giorni, e il Guzzo e Danton rimasero un attimo di troppo a bocca aperta, così l’arringa proseguì senza interruzioni: – Cosa dite che penserà Pompeo vedendoci entrare in quella sua maledetta aula tra, diciamo… un anno… no, cinque anni da adesso! Rimarrà sbigottito e non potrà fare altro che rimangiarsi le parole che oggi ci ha urlato. La macchina non aspetta che noi. Abbiamo ancora qualche ora prima che quelli della facoltà vengano a buttarci fuori o ci tolgano la corrente. Saltiamo su quella pedana e io vi porterò dove volete. Anzi… quando volete!
Fu Danton il primo a riprendersi: – Ma non eravamo d’accordo che avremmo cominciato con degli oggetti e di portarli avanti nel tempo solo di qualche secondo, poi minuto e poi infine di qualche ora?
– Il tempo stringe ragazzi: o noi, e adesso, o niente più. Sento già i passi di qualcuno nel corridoio e forse dirigono proprio qui…
– Ehi, Guzzo, dì qualcosa. Questa cavolo di teoria è tutta tua, dopotutto.
Il Guzzo aveva un piede poggiato alla pedana e lo sguardo di chi da troppo è soprappensiero; appena si mosse per salirci Bieta schizzò rapido dietro la consolle di comando: – Cinque anni avete detto?
– Vada per i cinque anni – mormorò Danton salendo il gradino della pedana come se fosse quello del patibolo.

3.
Il nostro cervello percepisce il tempo come un flusso costante di corrente, dice la teoria neurotemporale del Guzzo. Aumentare il flusso di questa corrente significa rischiare di cortocircuitare il cervello; ma se la si incanala con gli opportuni trasduttori il cervello assume senza conseguenze un flusso temporale maggiore. Si muove cioè nel tempo più velocemente.
Tutta le realtà in cui siamo immersi è solo una grossa finzione. Il nostro cervello può essere ingannato anche da semplici realtà virtuali, come il sogno e lo stato ipnotico. Anche queste realtà sono dovute a diverse intensità di corrente elettrica che fluisce tra i neuroni.
La matrice cerebrale all’interno della macchina progetta da Danton e costruita da Bieta, si comportò esattamente come la teoria del Guzzo aveva previsto.
Quando il senso di disagio, la lieve nausea che li aveva pervasi, liberò il loro stomaco e la loro mente, i tre si ritrovarono nÈ più nÈ meno dove erano partiti. Lo scantinato della facoltà era lo stesso, forse più malandato. Sicuramente più buio e umido.
– Ehi, sono anni che non danno una scopata qua dentro!
– Almeno cinque…
– Pensate che ci aspettino? Si saranno pur accorti che siamo spariti nel nulla…
– Quando ci vedranno sarà come comparissero tre fantasmi. Vediamo se c’è ancora qualcuno in grado di spaventarsi.
Nessuno dei tre si ricordava il corridoio così buio. E anche al primo piano c’era minor andirivieni che cinque anni prima.
– Ehi Bieta, sei sicuro di essere andato cinque anni avanti? Qua sembra di essere tornato ai tempi del mio bisnonno, quando al Politecnico non ci andava quasi nessuno.
– Bè, basta guardare il giornalaio nell’atrio. Si userà ancora mettere delle date sui giornali spero.
In effetti erano passati cinque anni, come poterono semplicemente constatare appena davanti all’edicola. Non resistettero di dare anche una scorsa ai titoli dei giornali, senza però ricavarne nessun giovamento; sembrava che i problemi fossero gli stessi di cinque anni prima.
– Dai, andiamo da Pompeo. Non vedo l’ora di farmi vedere da lui.
– Ehi Guzzo, un momento! E se incontriamo noi stessi!
– Non dire fesserie Danton. In cinque anni chissà dove siamo finiti, altroché stare in questa fumosa università!
– Vuoi dire che la tua preziosissima teoria non tiene conto di questo piccolo fattore?
– Ehi, ragazzi, non c’è stato tempo. Questo fa parte degli affinamenti. Del resto dovevamo fare gli esperimenti con degli oggetti inanimati, ricordi?
– Ma è esattamente quello che ho detto io… cinque anni fa!
Il Guzzo si fermò e prese Danton per le spalle: – Calma amico. Forse siamo stati un po’ precipitosi, non lo metto in dubbio. Ma è così che si conquista un posto nella scienza: rischiando sulla propria pelle. Cosa vuoi che succeda se ci incontriamo?
– Ci salutiamo?
– Esatto, bravo. Vedo che in questi cinque anni non hai perso il tuo senso dell’umorismo.
Il corridoio con l’aula di neurofisica molecolare era sempre lo stesso di cinque anni prima e leggendo la bacheca nell’atrio d’ingresso avevano avuto la conferma che Pompeo era ancora al suo posto. La porta dell’aula era aperta e i tre si intrufolarono accodandosi a un gruppo di studenti, fermandosi però sulla soglia.
– Avanti, avanti… Anche voi tre. Non fatemi perdere del tempo li apostrofò una voce a loro ben nota.
– Non ci ha nemmeno riconosciuti… – mormorò il Guzzo. – Andiamo avanti fin dove ci possa vedere.
– Forza sedetevi lì… Nuovi? Di che corso siete?
I tre guardarono Pompeo con occhi divertiti. Appariva solo un poco più vecchio di come lo avevano visto qualche ora prima, ma era indubbiamente sempre lo stesso.
– Avanti! Sedetevi! Non fatemi perdere del tempo!
Decisero, scambiandosi un’occhiata, di stare al gioco; dopotutto cos’era per loro ormai ascoltare una lezione di Pompeo con tutto il tempo che avevano a disposizione?
– Benissimo… Questa è l’ultimo incontro sul tema del nostro seminario e mi dispiace per i nostri tre nuovi colleghi. Posso consigliare loro di iscriversi per il prossimo, alla fine di novembre… Oggi vedremo come sono stati ottenuti i risultati delle analisi condotte da due gruppi di ricerca da me coordinati, sui fenomeni di déjàvu nei soggetti umani della terza età…
Il docente si lanciò in una spiegazione dettagliata delle apparecchiature utilizzate, mente i tre rimanevano sempre più perplessi e sbalorditi.
– Ehi Danton, ma quella ricerca non l’aveva mica interrotta?
– Si vede che in questi cinque anni avrà trovato il coraggio per portarla a termine.
– Allora forse possiamo finalmente parlargli della teoria neurotemporale.
Per tutto il tempo che durò l’esposizione del docente il Guzzo elaborò un quesito da porgli e appena iniziarono le domande degli studenti si prenotò. Quando fu il suo turno si alzò persino in piedi: – Professore, dai risultati dell’analisi condotta non giudica possibile un nesso non casuale con i fenomeni da lei analizzati e i balzi temporali?
Un brusio percorse l’aula, che al Guzzo ricordò il flusso di una scarica nel cervello: da est a ovest, e viceversa in un’onda continua e costante.
– Ma giovanotto, mi sembra chiaro di aver già dimostrato in passato come questo nesso non possa sussistere.
Il Guzzo gongolava felice e stava per urlargli contento “Noi siamo la prova vivente!” quando fu bloccato da una stretta alla mano di Danton, che lo esortava a continuare ad ascoltare quello che diceva Pompeo.
– Nei miei precedenti seminari ho appunto trattato di questi aspetti… Se lei non ha mai partecipato abbia la compiacenza di documentarsi… Un’altra domanda, per favore.
– Ma professore! – urlò a quel punto il Guzzo. – Come può dire una cosa simile? Non ci riconosce?
– Riconoscere chi, diamine?
– Ma noi tre! – e il Guzzo sollevò Bieta e Danton che si dibatteva, prendendoli per un braccio. – Siamo quelli dellamacchina del tempo! Cinque anni fa, in questa stessa aula!
– Ma che diavolo state farneticando. Cinque anni fa svolgevo ancora attività di ricerca, vivaddio! Chi siete, insomma? Non vi ho mai visto in questa facoltà.
Danton strattonò il Guzzo per la manica: – Usciamo! Presto, usciamo da quest’aula!
– Ma che diavolo fai! Non senti quello che ha detto?
– Certo, e ha perfettamente ragione, zuccone che non sei altro. Vieni via che cerco di spiegarti.

Disegno di Cristina Maiocco

La porta sbattè dietro di loro smorzando il brusio che avevano prodotto nell’aula. Nessuno uscì per inseguirli e si incamminarono verso il sotterraneo dove era la loro macchina.

– Spero tu ci possa spiegare ora.
– Certo, ben volentieri! La tua dannata teoria non tiene conto che noi ci muoviamo in qualcosa che non esiste!
– Che diavolo dici!
– Il nostro cervello non può creare il futuro, ci può solo andare.
– E allora?
– E allora – intervenne Bieta spazientito, – ogni volta che si va nel futuro ci si sposta anche di continuum. Cioè andiamo in un futuro che è già esistito per qualcuno, non certo nel nostro. – In questo continuum noi forse abbiamo studiato nella stessa facoltà, ma ce ne siamo andati almeno da cinque anni, quando Pompeo non era ancora il docente di quella cattedra. Stava ancora facendo le sue ricerche! Per quello che ne sappiamo noi tre non ci siamo nemmeno mai conosciuti.
– Mi stai dicendo che è perfettamente inutile che siamo andati avanti nel tempo?
– Più o meno…
– Ma la macchina funziona!
– Ma a cosa ci serve? Bieta si avvicinò al Guzzo e battendogli la mano sulla spalla continuò: – La macchina del tempo va solo avanti, e comunque anche se andasse indietro non è più una questione di tempo, perché ormai il nostro continuum temporale è definitivamente perso… Il tempo è solo un’enorme bugia, Guzzo. O forse, più filosoficamente, il tempo racconta grosse bugie e noi abbiamo creduto alla più grossa di tutte: quella di potercene servire.

(© 1991 by Giorgio Ginelli)

In seguito su CITY3

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racconto di Giorgio Ginelli

2 classificato alla II edizione del Premio Città di Courmayeur, 1989
Pubblicato su Space Opera 2, 1990
Finalista al Premio Italia, 1991
Pubblicato su MCmicrocomputer, dicembre 1995

Avete mai notato come il progresso metta nella condizione di realizzare più facilmente delle macchine che lo stesso progresso ha già da tempo reso inutilizzabili?
In genere questa è la domanda con la quale apro una normale trattativa con il mio cliente. Ma non sono più un normale piazzista; ormai vendo “macchine automatiche per la lavorazione della pasta e accessori complementari allo sviluppo dell’alimentazione”, come sta scritto sulla mia licenza, e l’utenza non può certo definirsi 
normale.
Le macchine per lavorare la pasta sono inutili nel nostro tempo, direte voi. Infatti, chi mai può mettersi a tirare la sfoglia in casa?
Appunto. Ora che la tecnologia ci permette di costruire delle macchinette per tirare la pasta che sono praticamente dei gioielli di perfezione, per l’assoluta assenza di attrito fra pasta e rulli e l’infarinatura controllata da un sensore inserito all’uscita della sfoglia e comandata da un microprocessore, e altre meraviglie che non sto ad elencare, ora chi mai le comprerebbe?
Qui da noi più nessuno, ormai l’abbiamo capito. Ma cerca cerca, un piccolo mercato alla fine l’abbiamo trovato. Bastava pensarci un po’.

* * *


La stradina era molto polverosa, anche perché ci batteva il sole quasi per tutta la mattinata e non pioveva da un bel po’ di tempo. Ma era l’ultima cascina da visitare di quel turno; poi finalmente avrei avuto una settimana di sano riposo a casa.
Arrancai dunque gli ultimi metri della breve salita che mi separava dall’aia, con un fondo di felicità nel cuore generato dalla stanchezza appagante… e mi obbligai a sorridere, non appena il cane dal fondo del cortile cominciò ad abbaiare furiosamente nella mia direzione. Subito un bambino uscì dalla stalla e poi un altro da dietro un angolo della cascina, che sicuramente portava al frutteto che avevo notato salendo la stradina. Una donna si affacciò alla porta della casa, con un altro bambino attaccato alla gonna. Infine, il fattore fece capolino dall’alto del fienile col forcone in mano; pronto per ogni evenienza.
— Salve a tutti — urlai in direzione della casa senza guardare nessuno in particolare, alzando una mano a mo’ di saluto. Il gesto provocò un nervoso e sensibile aumento nell’abbaiare del cane che maledissi mentalmente. — Salve — ripetei questa volta rivolto al fattore, che stava scendendo dal fienile usando la scala appoggiata contro. — Incantevole questo posto… Sì, incantevole davvero — sibilai tra i denti, ma il cane non smise di abbaiare.
Il fattore, nel frattempo, era arrivato a terra saltando gli ultimi due pioli della scala; si girò e mi squadrò. Ma non provavo nessun timore, sapevo quanto fosse perfetto il mio abbigliamento; la nostra sezione “Immagine & Dettaglio” era all’avanguardia per quanto riguarda i travestimenti di noi piazzisti. E poi, quello stesso abbigliamento, aveva superato la prova della quindicina di altre fattorie che avevo visitato nei giorni precedenti.
La donna si avvicinò al fattore e assieme a lei anche il bambino che gli stava sempre stretto alla lunga sottana. Gli altri due, invece, erano scomparsi fin da quando il fattore aveva preso a scendere dal fienile, forse approfittando della mia visita per godere di qualche minuto di distrazione. Il cane continuava insistente ad abbaiare.
Rivolsi un mezzo inchino al fattore ed alla signora prima di deporre il voluminoso pacco che avevo fra le mani, togliendo nel contempo un fazzoletto dalla tasca della giacca per detergermi il sudore dalla fronte.
— Cos’è che vende, lei? — chiese il fattore, indirizzandomi un cenno col capo. “Male”, pensai. “Male. Questo ha già capito che gli voglio vendere qualcosa. Male…”
— Per carità — gli risposi con un terribile sorriso. — Non mi deve giudicare severamente solo perché ha avuto qualche sgradita esperienza con altri meno onesti di me… La prego.
— Non ho capito cos’è che lei vende — ripetè il fattore ostinato, avvicinandosi sempre di più con atteggiamento minaccioso.
— Sì, certo… La vedo già interessata al mio articolo e lo sarà ancora di più, dopo che le avrò illustrato il funzionamento di questo… — e parlando, tamburellavo con la mano sul grosso pacco che avevo deposto ai miei piedi, — … meraviglioso accessorio.
— C’ho già tutto per la campagna.
— Ma non è per la campagna. È per la sua casa!
— C’ho già lei per la casa. Per tutto quello che serve! — disse il fattore indicandomi la donna al suo fianco.
— Oh… Ma che c’entra… — borbottai.
— Mandel via… Mandel via che gò da fà — sentenziò il fattore rivolgendosi alla donna e indicando minacciosamente il cane che continuava a tratti a latrare.
— Appunto per quello sono venuto — dissi quasi sull’orlo della disperazione. — È proprio per dimostrarle quanto sia utile l’oggetto che ho portato con me, che sono venuto a quest’ora della giornata.
Ora che avevo un certo vantaggio non avrei lasciato loro un attimo di respiro, così mi lanciai: — La signora starà probabilmente preparando il pranzo, non vero? Bene! Se mi permette voglio mostravi un utile ausilio per il lungo e faticoso lavoro di preparazione del pasto. Vedete questo pacco?
Non mi aspettavo certo una risposta e perciò sollevai da terra il voluminoso pacco senza nemmeno guardarli in viso. — Vi è racchiusa la più fantastica delle macchine da cucina che qualcuno vi abbia mai fatto vedere! E se mi permettete di entrare un attimo vi illustrerò ciò che è in grado di fare!
— Ma no. Ma no. Non c’abbiamo ancora la corrente giusta per ‘sti rob chi. Va là. Va via…
— Ecco, anche questa è una meraviglia. Questa macchina non ha bisogno di nessun tipo di alimentazione.
— Cos’è…?
— Non ha bisogno di corrente, intendo…
— È a mano?
— Funziona con un’energia particolare, che non deve essere mai ricaricata. Una nuova scoperta scientifica! Un’energia eterna! — così dicendo scoperchiai il pacco, mettendo in mostra la macchina.
Ogni volta che arrivo a questo punto si interessano tutti di colpo al mio prodotto; il 
design stesso della macchina è stato studiato per attirare completamente l’attenzione dell’acquirente. Ed anche in quel caso, l’effetto fu quello desiderato.
Il fattore si tolse il cappellaccio e si avvicinò di più alla scatola per gurdare meglio dentro. — Potremmo entrare… — suggerii, sperando in cuor mio di averlo convinto ad ascoltarmi ancora un poco. Non rispose, ma con la testa fece segno di seguirlo. Ci incamminammo verso il casolare, mentre il cane si prodigava in lugubri strepitii, tentando di garrotarsi con la catena che lo teneva legato.
La cucina era come tutte le altre che avevo visitato in quella settimana. Rispetto ad una delle cucine alle quali siete abituati voi e anch’io, mancava di tutto. Perfino di un decente e rispettoso impianto di acqua corrente. Appoggiai il pacco sul tavolo e ne estrassi la macchina. L’attenzione di tutti era rivolta ai miei misurati gesti, anche se un velo di scetticismo animava gli occhi del fattore, mentre la donna e il bambino aggrappato alla sua sottana ostentavano uno sguardo indifferente.
Dispiegai pian piano sul tavolo tutto quello che era contenuto nel pacco: la macchina per tirare la pasta e i cinque contenitori dei rulli per i diversi formati. Poi, sempre con il mio terribile accattivante sorriso sulle labbra, guardai dritto negli occhi del fattore. — Ora, attenzione… Questa che vedete è la più 
moderna macchina per tirare la pasta che abbiate mai potuto vedere in funzione… e che vedrete mai! Se gentilmente la signora — così dicendo rivolsi lo sguardo alla donna, — volesse darmi la farina e le uova necessarie…
Ma la donna guardò l’uomo, che a sua volta mi lanciò uno sguardo nel quale potei chiaramente leggere: “Se mi consumi uova e farina per niente, t’ammazzo!”. Poi, fece un gesto e la donna si affrettò a portare un vaso e il cesto con le uova.
— Oh, bene… Sarà semplicissimo, vedrete — iniziai così ad armeggiare con la macchina. — Questo è il contenitore dove va riposta la farina. La prego, ne versi la solita quantità — dissi rivolto alla donna, che eseguì da quel momento in poi le mie indicazioni senza più degnare di uno sguardo il fattore, come se ormai quello fosse in ogni caso compito suo. — Ecco fatto… Brava… e dentro questo scomparto metta le uova… Quante ne desidera… Senza romperle… Bene, così…
Fu meravigliosa la fiducia cieca con la quale si abbandonò ai miei voleri. — Vede questo piccolo punsante? — chiesi alla fine di tutte quelle operazioni, indicando il fianco sinistro della macchina.
La donna però si era allontanata dal tavolo e il fattore mi scrutava con occhi sempre più socchiusi. — E allora? — mi apostrofò bruscamente.
— Be’, allora bisogna premerlo, dopo aver fatto tutte le operazioni che la sua signora ha così gentilmente eseguito… Sù, la prego. Non abbia nessun timore…
Ma la donna rimaneva sempre discosta dal tavolo. Fu il fattore a stupirmi, perché con un brusco movimento della mano e un grugnito di stizza incitò al donna ad avvicinarsi ed eseguire. Come a dire di non fargli fare figure con quel forestiero, ora che si era arrivati a quel punto.
Ci vollero altri due grugniti come il primo, forse anche più minacciosi, e un “Schiscia al bûton…” prima che lei si avvicinasse quel tanto che bastava per poter premere il temuto bottone. E dopo averlo pigiato si ritrasse subito, come se il pulsante scottasse e si fosse ustionata. Si sfregò persino la mano contro la sottana.
Nel frattempo la macchina si era messa silenziosamente in moto; solamente accostando l’orecchio si poteva sentire una debole vibrazione. Sul pannello comandi, dove stava il pulsante che la donna aveva così coraggiosamente premuto, una lucina verde pulsava regolare.
— Vedete questa lucina verde? È il segno che la macchina sta impastando regolarmente la farina con le uova e tra qualche minuto lascerà il posto a una lucina blu. Solo in quel momento la macchina avrà finito quella delicata operazione.
Entrambi, il fattore e la donna, guardavano alternativamente la macchina e me; la macchina come se fosse un diabolico aggeggio e me con lo sguardo di chi capisce si e no una parola su dieci di quelle che dicevo. Ma sapevo fin dall’inizio di parlare per loro quasi in una lingua sconosciuta e non me ne preoccupavo: il risultato avrebbe poi parlato da solo. Continuai perciò la dimostrazione, incurante dei loro sguardi confusi e dicendo solo lo stretto indispensabile per colmare il silenzio.
Finalmente si accese la lucina blu e lo feci subito notare ai due zotici: — Ora la macchina è pronta per sfornare il tipo di pasta che voi desiderate. Basta applicare uno di questi cinque contenitori in prossimità di questa fessura. Se non ci mettete niente uscirà la sfoglia.
Così dicendo feci avanzare di un breve tratto i rulli e dalla fessura fuoriuscì una lingua di sfoglia dello spessore ideale.
La donna e il fattore si guardarono in volto, poi guardarono me e poi ancora la sfoglia che fuoriusciva dalla fessura. Infine, sedettero.
— Toccatela, vi prego… Prenda signora — e le porsi un lembo della sfoglia fuoriuscita miracolosamente dalla macchina. — Saggiate lo spessore, la consistenza, osservate il colore. Valutate la porosità della sfoglia.
L’atteggiamento dei due nei miei confronti e in quelli della macchina, cambiò radicalemente! L’uomo, perfetto figlio del suo tempo, fu attirato dal diabolico macchinario che aveva di fronte e si impegnò a squadrare la macchina come se con la sola vista avesse potuto trapassarla per vedere gli ingranaggi muoversi al suo interno; la donna sedeva beatamente con lo sguardo perso nel vuoto e un sorriso nell’anima, come se qualche buon angelo del cielo le avesse dato finalmente una speranza per diminuire da quel giorno la fatica giornaliera.
Avevo ottenuto il risultato sperato e potrei spiegare di nuovo cosa dovevano fare, avendo ormai la loro completa attenzione. Insegnai alla donna anche a manovrare il selettore per lo spessore della sfoglia e ad inserire i contenitori per ottenere i diversi formati di pasta. — Questo è per i tagliolini. Qui, vede, si regola lo spessore della striscia, fino alla lasagna… Questo è per i maccheroni, di tutti i tipi, lunghi, corti, larghi… Questo è per la pasta speciale, strozzapreti, orecchiette… — e così via, finché non riuscii a illustrarli tutti e cinque anche nei minimi dettagli.
Alla fine mi sentivo veramente soddisfatto, come mi accade ogni volta che faccio una completa illustrazione del prodotto che devo vendere. Vedevo anche solo con un’occhiata che i due erano rimasti affascinati dalle possibilità offerte dalla macchina. In pratica, era già venduta. Aggiunsi, perciò, il tocco finale: — E attenzione, attenzione, la macchina NON HA BISOGNO DI ESSERE PULITA! È completamente, assolutamente, necessariamente, decisamente A-U-T-O-P-U-L-E-N-T-E!
A quel punto mi rimaneva solo una cosa. Come se il fattore mi avesse letto nel pensiero proprio in quel momento, sollevò lo sguardo e mi domandò: — Ma… Sa la custa ‘sta macchina…? Cosa costa?
Eravamo giunti al punto più delicato, per me s’intende. Qualsiasi cosa fossi riuscito a strappare in più sul valore convenuto dai miei superiori, sarebbe stato di mio esclusivo appannaggio. Perciò sparai alto: — Ma… Dunque, vediamo… Se dicessi quattro conigli e una pecora?
Il fattore depose piano la pasta che aveva in mano e si alzò dalla sedia sulla quale si era seduto. Mi guardò bene negli occhi e poi esclamò: — Ohe, l’è mat!
— Be’, non è poi un prezzo così tanto…
— Ma no, ma no… Le posso dare dei soldi, ma mica le pecore.
— Soldi? — esclamai a mia volta agitato, iniziando a raccogliere frettolosamente le parti della macchina disseminate sulla tavola. — Di soldi non se ne parla nemmeno. Non saprei cosa farmene. No, no… Vediamo… togliamo la pecora… diciamo allora quattro conigli, due oche, un piccione e un cesto di uova.

Disegno di Eta Muscià

La trattativa andò per le lunghe, come era nelle previsioni. Ma riuscii, comunque, a portare a casa due conigli, due galline, mezza dozzina di uova, tre bottiglioni di vino e due cespi di insalata rossina. Non era poi male, e l’insalata sarebbe stata tutta mia!
Era già pomeriggio inoltrato quando mi allontanai e ripresi a scendere la stradina polverosa che avevo percorso per arrivare fino a lì. Ero contento, perché finalmente sarei tornato a casa per un bel periodo di riposo. Promisi perfino al fattore che sarei ritornato appena avrei avuto per le mani qualche altro articolo interessante.
Non lontano dalla fattoria avevo nascosto la mia navetta. Nel vano posteriore riposi la merce che avevo avuto in cambio della macchina per la pasta, assieme agli animali, alla frutta, verdura e tutte le altre cose che avevo ottenuto dagli altri fattori durante la settimana trascorsa nel XX° secolo.
Mi misi serenamente al posto di guida e posizionai i comandi per tornare 
a casa: nel XXII° secolo.
Arrivato alla stazione di partenza uscii dall’abitacolo e salutai il compagno che attendeva il mio arrivo per riutilizzare la navetta. Feci rapidamente scaricare tutta la mercanzia racimolata, separando i miei guadagni da quelli dell’azienda e curando che le merci fossero imballate nella giusta maniera per non deteriorarle.
Quella era una fase molto delicata; la merce di scambio che avevo portato a casa valeva ora almeno diecimila volte il suo valore originario. In un secolo in cui ormai non esisteva più niente di naturalmente commestibile ed ecologicamente stabile, un uovo di gallina valeva quanto una casa personale.
Pensai, come ogni volta, per un attimo agli aspetti speculativi di quell’operazione: quanti, in questo XXII secolo, avrebbero potuto anche solo 
odorare la poca merce che noi, piazzisti temporali, raccattavamo nei secoli passati? Di sicuro solo poche centinaia tra i miliardi di abitanti della Terra. E di certo non i più bisognosi…
Con uno sbuffo e una scrollata di capo — bisogna pur vivere, diceva una vocina dentro di me — sigillai il magazzino, finalmente rilassato e contento che anche quella volta tutto si era risolto per il meglio. Ogni volta, giunto a quel punto, i problemi morali generati dai risvolti etici del mio lavoro, lasciavano il posto ai bisogni fisici. Avevo veramente bisogno di un’immediata settimana di riposo.
Andai all’armadietto e indossai una tuta antismog per uscire con sicurezza, così protetto, all’aperto; il cielo plumbeo della città era striato di vapori grigi con venature che passavano dal rosso al viola a seconda dei venti. Come al solito non si intravedeva nessun chiarore: ora ero veramente a casa!
Lo schermo gigantesco che campeggiava sul muro dell’edificio di fronte a quello della mia azienda, attirò per un attimo il mio sguardo. Una scritta lampeggiava in continuazione: AVVISTATO UNO SPRAZZO DI CIELO LIMPIDO PER PIU’ DI DIECI MINUTI AL LARGO DELL’OCEANO… TUTTI I PARTICOLARI SU…
Non finii nemmeno di leggere! Ne avevo avuto abbastanza; non avrei potuto sopportare ancora per molto un cielo 
limpido come quello del XX secolo. Corsi al mio cubicolo di due metri per tre e mi coricai immediatamente sul materassino ad acqua. Con un sospiro collegai la protesi inserita nel gomito al circuito di depurazione del sangue per una sana seduta settimanale di dialisi. Ahhh…!

(© 1987 by Giorgio Ginelli) 

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