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Olocausto

Il posto migliore per nascondere
qualsiasi cosa è in piena vista.
Edgar Allan Poe, La lettera rubata, 1845.

Iceberg

Guardare a distanza un iceberg è un po’ come limitarsi a prendere atto che esiste solo ciò che possiamo vedere. È sbagliato, proprio come principio.
Un iceberg è una struttura intrigante: interamente fatta di acqua ghiacciata, si sviluppa per otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra. È difficile immaginare le dimensioni della parte subacquea dalla sola osservazione della parte emersa.
Considerare l’Olocausto solo quello che si è potuto vedere di ciò che accadde nei campi di prigionia alla fine della seconda guerra mondiale, è commettere esattamente quell’errore di principio. La parte più grossa dell’Olocausto beccheggia esattamente sotto il livello della nostra percezione. Le ragioni posso essere molteplici.
Anzitutto, per le nostre generazioni, l’Olocausto ha assunto la dimensione di un racconto. Reso vivido da documenti a volte scioccanti, ma nessuno di coloro che sono nati dagli anni cinquanta del XX secolo in poi può dire “io l’ho vissuto”.
L’Olocausto è stato un macabro teatrino, in cui i protagonisti assumevano ruoli ben precisi: nazisti sterminatori, popolazioni compiacenti o silenziose, vittime. Finita la guerra, terminata l’esibizione, ognuno ha dovuto dismettere i panni di scena: troppo pesanti per i primi, ignobili per i secondi, dolorosi per le vittime. Ognuno aveva le sue ragioni per cambiar d’abito e mischiarsi alla folla.
È così che a un certo punto – e questa è un’altra ragione – da un certo momento in poi non si è potuto nemmeno identificare con precisione chi volesse raccontare. Così l’iceberg ha continuato ad andare alla deriva, senza che nessuno lo vedesse all’orizzonte. E quando è stato avvistato non è stato facile andare a vedere la parte subacquea.
Ma guardare sott’acqua dovrebbe essere l’impegno delle nostre generazioni, quelle che non hanno visto, che devono educarsi al ricordo solo basandosi sui racconti. Mica facile.

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto” riflette Italo Calvino nel metaromanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Per fortuna ha ragione, così possiamo andare a leggere per bene tra le righe di tutti coloro che hanno affidato alle stampe la loro esperienza, sia in forma autobiografica che in termini di racconto.
Da questo punto di vista non si può che iniziare dagli scritti di una ragazza olandese che sono stati raccolti in un volume in forma di diario: i Diari di Anna Frank.
Anna Frank (1929-1945) fu una ragazza ebrea nata a Francoforte e rifugiatasi con la famiglia a Amsterdam, costretta nel 1942 a entrare nella clandestinità insieme alla famiglia per sfuggire alle persecuzioni e ai campi di sterminio nazisti. Nell’agosto del 1944 i clandestini vennero scoperti e arrestati; furono condotti al campo di concentramento di Westerbork. Da qui le loro strade si divisero ma, ad eccezione del padre di Anna, tutti quanti morirono all’interno dei campi di sterminio nazisti. Dopo essere stata deportata nel settembre 1944 ad Auschwitz, Anna morirà di tifo a Bergen-Belsen, nel febbraio o marzo del 1945.
La prima edizione a stampa dei suoi Diari tenne conto sia della redazione originale, sia di successive rielaborazioni che Anna stessa stava facendo, auspicando una futura pubblicazione del suo diario; alcune pagine del diario furono omesse, perché ritenute da Otto Frank non rilevanti. La prima edizione critica del diario fu pubblicata solo nel 1986.
Dopo un’accoglienza iniziale piuttosto fredda, a mano a mano che il pubblico veniva a conoscenza dei fatti della Shoah, il libro suscitò un vasto interesse ed ebbe svariate traduzioni e pubblicazioni; ad oggi è pubblicato in più di quaranta paesi e rappresenta un’importante testimonianza delle violenze subite dagli ebrei durante l’occupazione del nazismo.
Storia parallela per Hanneli Goslar, amica d’infanzia di Anna, separate dall’attuazione del piano di sterminio nazista, che ritroverà l’amica nel campo di Bergen-Belsen, per perderla nuovamente dopo la liberazione da parte dell’esercito inglese. Hanneli saprà della morte di Anna solo dopo la fine della guerra quando Otto Frank andrà a trovarla in ospedale e le dirà che sua figlia non è sopravvissuta. Da quel momento Otto Frank diventerà il padre adottivo di Hanneli, ne seguirà la guarigione e riuscirà a farla arrivare in Palestina dove potrà iniziare una nuova vita, una vita che ancora oggi la vede nonna di una decina di nipotini a Gerusalemme. Quarant’anni dopo, la scrittrice americana Alison Leslie Gold raccoglie questa storia nel libro Mi ricordo Anna Frank – Riflessioni di un’amica di infanzia, un libro che può essere considerato il corollario ai Diari.
Vite parallele, destini divergenti. Entrambi adattati in film: decine di volte per Anna Frank, una sola per Hanneli Goslar: una produzione italiana del 2009, con la regia di Alberto Negrin e la colonna sonora di Ennio Morricone.
L’importanza mediatica del cinema e della televisione ha avuto un indubbio ruolo di primo piano nel togliere il velo di nebbia davanti all’iceberg Olocausto, ma ha anche aiutato a spingere la testa sott’acqua alle generazioni che possono solo ascoltare i racconti.
Tutto ha inizio nel 1978 con Olocausto (Holocaust): una miniserie televisiva statunitense diretta da Marvin J. Chomsky che racconta l’olocausto attraverso il vissuto di due famiglie tedesche, i Weiss (ebrei) e i Dorf, il cui padre di famiglia, spinto dalla disoccupazione, si arruola nelle SS fino a diventare uno spietato criminale di guerra. L’argomento è stata l’occasione per rappresentare sullo schermo della televisione per far penetrare in tutte le case l’atrocità e la follia dei crimini nazisti contro gli ebrei, trattando direttamente argomenti come la creazione dei ghetti e l’uso delle camere a gas.
Lo sceneggiato all’uscita fece il giro del mondo, innescando una serie di dibattiti sull’argomento, in un periodo in cui non veniva trattato apertamente dall’opinione pubblica. La sua proiezione in Germania fornì un’ulteriore occasione per una revisione delle posizioni sulle responsabilità del popolo tedesco.
La miniserie televisiva è divenuto nel 1979 un best seller di narrativa ad opera di uno degli sceneggiatori, Gerald Green; in Italia è stato pubblicato in numerose edizioni dal 1979 al 2000 con numerose traduzioni in varie lingue.
Ma la reale presa di coscienza da parte dei tedeschi era in effetti cominciata ben prima, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, quando hanno inizio i nuovi processi contro i crimini nazisti, successivi cioè a quello di Norimberga. È proprio lì che indaga l’ultima opera cinematografica del 2015 a firma del regista italo-tedesco Giulio Ricciarelli, Il labirinto del silenzio, un film he pone al centro il tema della rimozione della memoria di una nazione che ha preferito seppellire la Storia piuttosto che affrontarla.
Ambientato in Germania nel 1958, in un clima nel quale la censura di fronte alle atrocità perpetrate dal nazismo durante la seconda guerra mondiale è solida e il paese preferisce non affidarsi ad una doverosa autocritica per non confrontarsi con lo scomodo passato. Ad alzare la cortina del silenzio è un giovane avvocato che passa dagli ordinari processi per multe all’indagine affannosa, percorrendo strade che lo conducono ad Auschwitz e ai suoi orrori, per giudicare i responsabili ancora in vita e perfettamente inseriti nella società civile tedesca. La storia è reale, ma il giovane avvocato protagonista è in realtà figura fittizia: il processo coinvolse diversi giovani procuratori scelti dal procuratore Fritz Bauer per la loro età che non permetteva adesioni emotive rispetto al nazismo.
Tra questi estremi temporali – Anna Frank e i processi ai nazisti – si dipana una lunga fila di opere letterarie che hanno avuto la fortuna di essere adattate a lungometraggio, amplificando così il potere evocativo della memoria, fissando con le immagini le parole stampate sulla carta, suscitando emozioni corali e, forse, più efficaci dal punto di vista mediatico.

Non siamo però obbligati ad affidarci alla sola letteratura per non dimenticare; il racconto può transitare direttamente dalla memoria verso il cinema, con risultati spesso sorprendenti.
A iniziare da dove tutto è cominciato, con un film per la televisione del 2001 diretto da Frank Pierson: Conspiracy – Soluzione finale. Si tratta di una cronistoria dettagliata della riunione che si tenne a Wansee (Berlino) nell’inverno del 1942, dove fu pianificato nei minimi dettagli lo sterminio degli ebrei.
Hannah Arendt è un film del 2012 diretto da Margarethe von Trotta. Nel 1961 la filosofa e teorica politica ebraico-tedesca Hannah Arendt si reca a Gerusalemme per seguire, per conto del New Yorker, il processo al funzionario nazista Adolf Eichmann. Qui rimane sorpresa quando, pensando di trovare un mostro, vede solamente un uomo mediocre; il film racconta appunto la vicenda umana della filosofa che ha saputo con il suo saggio “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) far riflettere sulla realtà della natura umana.
Su questo tema ci ava già provato nel 1959 Gillo Pontecorvo con il film Kapò, nominato per l’Oscar al miglior film straniero. È la storia della discesa agli inferi e della risalita di una giovane ed ingenua fanciulla che da vittima viene trasformata dalla crudeltà disumanizzante nazista prima in carnefice ed infine in martire per amore.
L’amore è al centro del film La vita è bella, diretto e interpretato nel 1997 da Roberto Benigni; vincitore di tre premi Oscar, miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore colonna sonora, su sette nomination totali. La pellicola vede protagonista Guido Orefice, uomo ebreo ilare e giocoso, che deportato insieme alla sua famiglia in un lager nazista, dovrà proteggere il figlio dagli orrori dell’Olocausto.
Tematica difficile quella che coinvolge i bambini nei lager nazisti. Ne sa qualcosa anche Jerry Lewis che nel 1972 ha diretto e interpretato il film incompiuto e inedito The Day the Clown Cried. Basato su una sceneggiatura scritta a quattro mani da Joan O’Brien e Charles Denton, il film è uno dei più celebri casi di film perduti della storia del Cinema, grazie alle polemiche inerenti alle sue premesse e contenuti, che trattano della storia di un clown da circo interpretato da Lewis, imprigionato in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale. Il film anticipava, per certi versi, le tematiche del lungometraggio di Roberto Benigni e non ha mai visto le sale cinematografiche per problemi di budget e ripensamenti di Lewis sulla sceneggiatura o forse sulla sua interpretazione che avrebbe forse offuscato il ricordo che i fans avevano di lui.

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Piccola riflessione sul coding

Sono un’insegnante. L’impostazione naturale della mia didattica, legata alla disciplina che insegno, è in gran parte basata sulla progettualità. Impostare in modo corretto tutte le fasi di un progetto è dunque una parte cruciale della competenze che dovrei fornire agli alunni.

Una considerazione che ho sempre giudicato importante porre alla base della didattica, è la specifica suddivisione di ruoli che assumono le due parti iniziali e ben distinte di un progetto (analisi e codifica), indispensabili per attivarne la terza (implementazione).

Analisi e codifica attivano due aree ben distinte del cervello, che nell’individuo non sono sviluppate nella medesima misura. È questa la ragione principale per la quale un progetto deve essere in genere condotto da un team di lavoro, del quale fanno parte individui con caratteristiche complementari: alla base di un buon progetto si può porre infatti la costituzione di un gruppo di lavoro che sia completo ed efficace, proprio in virtù di questa condizione.

Le dinamiche dell’analisi sono in genere più complesse da gestire che non quelle della codifica, proprio per la natura stessa dell’azione; l’analisi può essere considerata una conoscenza, mentre la codifica un’abilità, senza nulla togliere a quest’ultima.

Nella fase di istruzione tipica della scuola, queste due azioni devono però essere incluse nel curricolo e insegnate a tutti gli allievi 1. Le valutazioni finali degli alunni dovrebbero tenere in debita considerazione la dinamica della complementarietà, cosa ormai molto difficoltosa in quanto è sempre meno il tempo dedicato dal docente alla conoscenza reale dell’individualità dei singoli  alunni. Un alunno con un emisfero cerebrale sinistro più sviluppato del destro, sarà probabilmente maggiormente predisposto all’analisi 2, e le valutazioni complessive della sua attività non dovrebbero essere penalizzate dagli scarsi risultati ottenuti nell’attuazione della codifica. Discorso complesso, dunque, che da secoli ogni docente risolve come meglio può.

Anche la suddivisione delle discipline nei differenti curricoli di studio può essere considerata nello stesso modo: alcune maggiormente orientate all’analisi, altre basate sulla codifica e forse qualcuna dedicata all’implementazione. Di sicuro le discipline della prima categoria hanno un percorso che in genere affanna maggiormente lo studente, in quanto sono orientate alla conoscenza, al sapere, e dunque implicano una maggiore quantità di ore dedicate allo studio. Le discipline di codifica, più orientate al fare e perciò in grado di sviluppare maggiormente le abilità, sono invece percepite con più leggerezza 3 da parte dallo studente. Occupano magari lo stesso un buon numero di ore, ma passate in genere su supporti e risorse differenti che non i libri (cartacei o elettronici che siano).

A questo punto la domanda è d’obbligo: quale di questi aspetti la Scuola, intesa come sistema, deve privilegiare o amplificare con iniziative mirate, come quelle della settimana del coding e del piano nazionale della scuola digitale? Che non sono certo sbagliate in se, ma rischiano di essere vetrina solo di quella parte del tutto che è sicuramente più accattivante, ma anche pericolosamente più skilloriented 4, e che forse non premia il lavoro di quei docenti che trovano difficoltoso innestarsi su queste modalità; anche gli emisferi dei docenti sono sottoposti alla stessa dinamica neurale e non a tutti viene spontaneo il coinvolgimento di attività orientate al fare. O, più semplicemente, cogliere il significato di certe azioni che implicano il fare.

Il coraggio di passare dallo skill al klowedge deve però essere preso in modo chiaro e preciso dalle singole istituzioni scolastiche e lo schierarsi è d’obbligo. Non lo schieramento che preclude alla battaglia, però, ma quello che prepara alla parata. Si possono portare avanti entrambi gli aspetti – segno della complessità del sistema istruzione – e ci deve essere anche la capacità di porre sullo stesso piano analisi e codifica, conoscenze e abilità. Ma non ho idea di come si possa concretamente fare.

In questo senso, l’ente ministeriale preposto a dare lumi e guida in proposito, non aiuta granché. O almeno non fornisce degli elementi utili per orientare i docenti all’azione equilibrata; anzi, a prima vista sembra calcare pesantemente la mano sulle skill, con iniziative che a molti appaiono “da vetrina”, oppure vengono proposte e finanziate attività con modalità che sicuramente sono affette da scarsa trasparenza. Obbligare a coordinare delle non certo semplici attività di pianificazione progettuale – per le quali sono d’obbligo specifiche klowedge – in tempi a volte troppo brevi per una seria attività di analisi, rischia di orientare tutte le attività verso skill, a volte fantasiose ed elaborate; ma per noi, a monte, è posto sempre il concetto chiave di competenze 5 come ormai dovremmo aver assimilato.

A prima vista sembrerebbe il cane che si morde la coda. Se così fosse, sarebbe il male minore: ogni tanto ci si ferma, si prende respiro, e si ricomincia il girotondo. Ci possiamo ridere sopra all’infinito. La realtà è che si tratta di una capra zoppa. È più grave, in quanto alla fin fine il pastore si vede costretto a sopprimerla.

Giorgio Ginelli, 2015


1. Scarsa considerazione viene invece attribuita alla terza, in genere per ragioni legate alla difficoltà di gestione per mancanza di risorse. [up]

2. “Sommariamente si può dire che l’emisfero sinistro, quello del linguaggio, è più specializzato per i processi sequenziali, serie di eventi che si susseguono nel tempo, come possono essere quelli della concatenazione logica del pensiero, mentre l’emisfero destro è più specializzato nell’elaborazione visiva o per immagini degli eventi, nella loro organizzazione spaziale oltre che nella loro interpretazione emotiva.” (Laura Catastini, università di Roma Tor Vergata) [up]

3. “…leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.” (Italo Calvino, Lezioni americane) [up]

4. Nel mondo anglosassone, ahimè, non si fa particolare distinzione tra conoscenze e abilità: sono tutte skill. Peccato, in quanto invece nelle linee guida dei curricioli italiani la differenza è presente e ampiamente dibattuta, a volte con estrema confusione e in ogni caso con poca chiarezza. Perché dunque inseguire un modello – quello anglosassone – che ci conduce per strade nebbiose? [up]

5. Definizione competenze, abilità, conoscenze secondo il Quadro Europeo delle Qualifiche (rif. Decreto ministeriale n. 139, 22 agosto 2007)
Conoscenze. Assimilazione di informazioni (fatti, principi, teorie e pratiche) relative ad un settore. Sono teoriche e pratiche.
Abilità. Applicare le conoscenze e usare il know-how necessario per portare a termine compiti e risolvere problemi. Sono cognitive (uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (abilità manuale, uso di metodi, di materiali, di strumenti).
Competenze. Comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali, metodologiche in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. Sono descritte in termini di responsabilità ed autonomia. [up]

Frammenti dell'Io, Nadia Ginelli

Se senti che ti gira la testa, non ti preoccupare, è una normale sensazione dovuta alla percezione della realtà. Da quando sei nato sei stato preso da un vortice frenetico di avvenimenti, alcuni dei quali messi in moto da te… –>

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