All’inizio vi è uno scrittore statunitense, di origine russa, che per sbarcare il lunario egli anni ’40 inizia a pubblicare strani racconti su strane riviste. Il suo punto di forza è che ha un paio di lauree (una in chimica e un Ph.D. in biochimica) e una spiccata abilità a raccontare storie con un preciso fine divulgativo. E alla fine si decide a fare lo scrittore a tempo pieno. E riesce anche a diventare famosi in tutto il mondo.
Tra le centinaia di libri scritti e pubblicati ce ne sono alcuni, di questo scrittore, che in qualche modo sono entrati nel lessico letterario comune. Soprattutto quelli che trattano di robot.
Anzi, c’è chi crede che i robot li abbia inventati lui.
Non è vero. I robot non li ha inventati Isaac Asimov, ma di sicuro lui è stato lo scrittore che in un certo qual modo li ha codificati all’occhio della gente.
Sarà per la storia delle tre o quattro leggi che si è inventato, sarà perché ha donato loro un cervello “positronico” (che non vuol dire un bel niente, ma fa un certo effetto) sta di fatto che se dici “robot” la maggior parte delle gente pensa “Asimov”.
Non lo pensano però gli sceneggiatori di Hollywood che dalla monumentale opera di Asimov sulla ferraglia positronica hanno tratto solo un paio di film (e solo qualche telefilm in serie televisive che ormai sono archeologia). Per citarli in ordine di tempo, sono L’uomo bicentenario (Bicentennial Man) del 1999 e Io, Robot (I, Robot) del 2004.

“L’uomo bicentenario” è un racconto scritto da Asimov nel 1976 e inserito in un’antologia, appunto in occasione del bicentenario degli Stati Uniti.  Narra della lunga evoluzione (duecento anni ovviamente) di NDR-113, un robot positronico nel quale si sviluppano delle doti artistiche e intellettuali eccezionali. Andrew, come viene presto battezzato il robot dalla famiglia che lo ha acquistato, ha così la possibilità di seguire le vicende dell’umanità e di affezionarsi al punto di desiderare di essere sempre più simile all’essere umano. Il cervello positronico e il tempo a disposizione gli consentono di riuscirci e di aspirare all’ultimo passo: quella di divenire un essere mortale, come gli umani. Ci riesce e viene dichiarato umano e può così spegnersi alcuni mesi più tardi in modo del tutto naturale.  Il racconto diviene romanzo nel 1992, scritto a quattro mani da Asimov e Robert Silverberg: The Positronic Man.

È in questa versione che viene ripreso per il cinema, dove lo sceneggiatore Nicholas Kazan e il regista Chris Columbus aggiungono tutti quegli elementi che lo rendono appetibile al pubblico: l’amore e la comicità. Quest’ultima affidata al camaleontico Robin Williams, che rappresenta sempre una certezza. Inoltre, viene inserita nella storia originale anche una spiccata predisposizione di Andrew per la sua padroncina, la quale diventa adulta, ha una figlia, la quale a sua volta ne ha un’altra ancora, della quale il robot, ormai quasi del tutto umanizzato, si innamorerà. E sarà proprio per lei, la quale inesorabilmente invecchierà, che il robot decide di fare l’ultimo passo verso la condizione umana, morendo in un letto come dovrebbe essere per tutti.

L’antologia di racconti “Io, Robot” raccoglie i racconti scritti da Asimov tra il 1940 e il 1950, ispirati alla figura della dottoressa Susan Calvin, la robopsicologa che realizza robot sempre più sofisticati e alla quale Asimov affida anche il compito di introdurre ogni singolo racconto presente nella raccolta, come se l’antologia fosse una sorta di intervista alla ormai famosa scienziata, impegnata a dimostrare come i robot non siano una minaccia per l’uomo.

I robot presenti nell’antologia, almeno uno per racconto, sono originale e innovativi a iniziare dal primo racconto dove compare Robbie, il primo robot positronico, e nel quale compaiono anche le tre leggi. Il punto di forza dell’antologia di racconti è appunto la capacità di Asimov nel rappresentare i differenti aspetti delle problematiche che l’umanità dovrà affrontare nel quotidiano rapporto con delle menti artificiali da lui create. E se qualcuno crede che stiamo ancora parlando di fantascienza non ha altro da fare che andare su You Tube e digitare semplicemente la parola “robot”.
Di questa prestigiosa antologia, se ne impossessa la 20th Century Fox e nel 2004 dà l’incarico ad Alex Proyas di ricavarne un film. Che diventa un film di cassetta, incentrato più su Will Smith che sui racconti di Asimov. Potremmo dire che dello scrittore si utilizzano le leggi, la figura della scienziata Susan Calvin e il titolo; titolo che, a onor del vero, nel 1940 ad Asimov neppure piaceva e che gli fu imposto dall’editore (clonando il titolo del racconto di un altro autore che nel 1939 aveva scritto appunto un racconto con quel titolo).

Insomma, Asimov è scomparso nel 1992. Ha scritto forse più di chiunque altro, come romanziere e come divulgatore scientifico. Come ogni buon americano che si rispetti ha fatto lavori di ogni genere prima di diventare famoso, e quando lo è diventato, paradossalmente ha amplificato le idiosincrasie di origine nevrotica che da sempre limitavano fortemente il suo apparire e il suo rapportassi con gli altri. Ed è stato talmente famoso che possiamo ritrovare pezzi di Asimov un po’ dappertutto nel cinema, senza che sia mai citato; ma questo lo vedono solo in pochi. Sia dunque ben chiaro: la produzione letteraria di Asimov ha profondamente influenzato la produzione cinematografica del nostro tempo, senza che gliene sia attribuito il merito. E un chiaro esempio è sotto i nostri occhi proprio quando vediamo i robot che affollano gli schermi: un robot emancipato, che va al di là del semplice elettrodomestico.

(Articolo pubbicato sul n.41 di Io Come Autore)

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