Tutto è cominciato lì, su quell’isola; il moderno romanzo d’avventura, intendo. Quando Daniel Defoe (1660 – 1731) scrive il romanzo della maturità (aveva già 58 anni) il mondo ne aveva proprio bisogno. Presentò il suo naufrago (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, per usare la versione abbreviata) come un memoriale, una storia vera, più che un’avventura. In effetti il romanzo prende le gesta, supposte vere, del marinaio Alexander Selkirk che Defoe condisce con generose dosi di invenzione letteraria ed è veramente colmo di informazioni, in quanto il personaggio prima di arrivare all’isola che lo ospiterà come naufrago per 28 anni passa molto tempo a viaggiare tra pirati e mercanti in mari tropicali.

Frontespizio della prima edizione del Robinson Crusoe

Stupisce che di questa storia, la quale è una di quelle che ha scandito la crescita di molte generazioni, alla fin fine le versioni cinematografiche siano veramente limitate. O meglio, è la riprova che ciò che era un bisogno per la nascente borghesia del XVII secolo (affamata di informazioni sui nuovi luoghi del pianeta), non lo è più per quelli del XX.
Ha inizialmente affascinato niente meno che Georges Méliès nel 1902 e, se non teniamo conto della spumeggiante commedia con Douglas Fairbank degli anni ’30, fino agli anni ’50 nessuno si è più cimentato. E quello che ci ha provato è Luis Buñuel (Las aventuras de Robinson Crusoe), firmando una versione surrealista, come suo fare. Poi, negli anni ’60, la televisione francese si impossessa del soggetto e ne fa una trasposizione trasmessa praticamente in tutta Europa, Italia compresa. Molti di noi sono cresciuti con le puntate trasmesse in quella fascia che allora era la “TV dei ragazzi”.
Negli anni ’80 Crusoe diventa un venditore di schiavi nel film diretto da Caleb Deschanel (Crusoe, 1989) che vede per protagonista Adain Quinn, impegnato comunque a sopravvivere ai cannibali su un isola delle Seychelles dove incontra l’immancabile Venerdì; una storia palesemente differente da quella di Defoe, che viene più frequentemente scordata dalla critica, che ricordata.
Nel 1997 altri due registi ci provano a portare sullo schermo il romanzo che ha dato il via al genere letterario d’avventura, e per farlo si mettono insieme; Rod Hardy e George Trumbull Miller filmano il loro Robinson Crusoe in un isola della Nuova Guinea, facendovi naufragare un maturo Prince Brosnan (che è un irlandese, anziché britannico) per emulare le gesta del più britannico degli avventurieri. Il film è un adattamento abbastanza libero dell’opera di Dafoe, con differenze veniali rispetto al romanzo dettate più che altro da esigenze di copione; spicca su tutte le forzature veniali il ribaltamento della linea teologica tenuta da Defoe, che dipingeva un Crusoe effetto da un puritanesimo in linea con il periodo in cui fu scritto; nel film invece si può apprezzare l’atteggiamento accondiscendente con il quale egli accetta le credenze religiose del fido Venerdì. Anche qui, colpa della trasposizione in tempi moderni, più consoni ad allargare le braccia in un fraterno abbraccio di quelle dei colonizzatori del 1700.

Il Robinson Crusoe di Prince Brosnan nella pellicola del 1997.

Il personaggio di Dafoe è comunque un osso duro da dover digerire, per chiunque, nei tempi moderni. È certamente uno dei personaggi letterari più difficili da addomesticare al grande schermo. Meglio si presta ad adattamenti dell’idea, e infatti di naufragi è pieno il cinema. Esempio più eclatante è la lettura in chiave moderna che ne fa Zemeckis con il suo Cast Away del 2000; nella parte centrale della trama fa vivere a Tom Hanks una dinamica decisamente simile a quella di Robinson Crosue. Ma con il cipiglio americano, anziché britannico. Se il personaggio di Robinson Crusoe ha atteso pazientemente (?!) o comunque in modo forzato su un’isola più o meno deserta per 28 anni che qualcuno venisse a prelevarlo, il Chuck Noland di Zemeckis affronta con determinazione e ingegno il mare, il vero elemento che gli nega la fuga, riuscendo così a fuggire con le sue forze dall’isolamento per essere salvato in alto mare.
L’irruenza yankee, ancora una volta, ha prevaricato la compostezza britannica.

(Articolo pubbicato sul n.39 di Io Come Autore)

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