In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia
(da Elogio della follia, Erasmo da Rotterdam, 1509).


Il nostro rapporto con la follia ha ragioni profonde e antiche. Nonostante l’evoluzione della nostra specie prosegua inflessibile da centinaia di miglia di anni, abbiamo ancora qualche difficoltà a riconoscerla e ad apprezzarla per quello che è il giusto oppure ridimensionarla per i suoi eccessi. Insomma, non siamo in grado di gestirla nel modo più corretto, in quanto non comprendiamo a fondo i meccanismi che la regolano e non ne intravediamo un uso proficuo. Ha provato Geer Gertz nel XVI secolo a tesserne le lodi e Shakespeare ce l’ha propinata in tutte le salse quasi in ogni opera, proprio a rimarcare che la pazzia e la compagna ideale della razza umana: “La pazzia, signore, se ne va a spasso per il mondo come il sole, e non c’è luogo in cui non risplenda” (W. Shakespeare, Aforismi).

E così, da sempre, ci culliamo in questo dubbio dicotomico: curarla o assecondarla?


La medicina cinese riconosce almeno due forme psichiche in cui si può riconoscere la pazzia: dian (follia calma) e kuang (follia agitata). Se la prima è una semplice sindrome di tipo yin con una perturbazione dello shen-ming, legate al vuoto di Milza e Cuore, la seconda, conosciuta anche come furore convulsivo (kuang jing) è sicuramente più grave. È questa seconda forma che provoca la fuga dello yang o, come le chiama il Su Wen, la fuga del verso tutte le parti yang del corpo; è il fuoco del Fegato e del Cuore per compressione del qi legata ai sette sentimenti.

Insomma, una cosa seria da dover gestire, difficile (se non impossibile) da dover curare. Riconoscerne i sintomi, evidentemente, è l’elemento chiave per la cura o la prevenzione da mettere in atto. Se in una persona si riscontrano disturbi quali ad esempio la risalita dello yang del Fegato, oppure il vuoto di sangue e qi, se compaiono le ostruzioni da catarri e vi è una netta insufficienza del jing del Rene, con tutti i sintomi fisiologici che li caratterizzano, si può pensare di essere di fronte a turbe di origine neurologica e agire di conseguenza.

Ma si sà, dalle nostre parti (in occidente) non si fanno questi ragionamenti; farsi passare per pazzo basta andare in giro con le mutande a rovescio o dire di venire da un altro pianeta.


Un po’ quello che succede al protagonista di K-Pax, romanzo di Gene Brewer del 1995 (tradotto da Dario Fonti e pubblicato da Baldini Castoldi Dalai nel 1996); nel 2001 sono anche riusciti a trasformarlo in film, solo dopo che il regista Iain Softley è riuscito ad attirare l’interesse di Kevin Spacey e Jeff Bridges. È un bel film, con un ottima regia e buone interpretazioni da parte di tutto il cast. Curioso il taccuino di appunti dell’alieno Prott, disponibile on-line per la consultazione: www.k-pax.com/journal/.

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Trovano il protagonista nel bel mezzo di New York e subito lo si etichetta come pazzo, in quanto dice appunto di venire da un pianeta della costellazione della Lira cavalcando un’onda di luce. Viene preso sotto l’ala protettrice del dr. Powell, il quale si fa in quattro per dimostrare che invece e terrestre quanto tutti gli altri che lui conosce. E alla fine crede anche di riuscirci, e l’alieno Prott diviene il terrestre Robert.

È un film del quali pochi hanno capito la bellezza e che non viene nemmeno considerato un film di science-fiction; principalmente perché la storia è intelligente, scritta dal dr. Brewer, che si è occupato di replicazione del DNA e divisione cellulare, prima di diventare uno scrittore.E se la storia è intelligente, cosa c’entra con la fantascienza?

In effetti c’entra molto, ma nessuno ci ha fatto caso; tanto per cominciare si tratta di una vera e propria trilogia che ha Prott come protagonista (http://www.genebrewer.com/index.html) ma che in Italia è arrivata zoppa perché nessun editore ufficiale di sf l’ha preso in considerazione.

Siamo troppo abituati a cogliere, soprattutto nella finzione filmica, aspetti in cui la science-fiction è urlata. Trame e sceneggiature più “sottili” sono da sempre poco considerate, sia dal grande pubblico che dai critici.

L’alieno Prott utilizza l’ondulazione luminosa per trasportarsi nell’universo; siamo abituati a considerare la materialità e troviamo poco affascinante forse vedere un alieno che non sta in groppa al suo disco volante. Prott usa la luce, è fatto di luce magari. Prott trova nel terreste Robert un forte richiamo; quando capisce che quest’ultimo ha un bisogno estremo decide di sacrificarsi e per un po’ ed entra in lui, salvandolo in qualche modo dalla morte. Per abbandonarlo quando capisce che ha trovato nel dr. Powell qualcuno in grado di accudirlo; e riparte così sull’onda di luce lasciando sulla Terra un simulacro che risponde al nome di Robert.

La migliore science-fiction che io conosca è così: sottile, caratterizzata dalla leggerezza, una dote letteraria indispensabile.

Siamo nel 1959; a ottobre sulla rivista Galaxy esce un racconto di una struggente bellezza per il messaggio che riesce a trasmettere: A Death in the House di Clifford Simak (edizione italiana in Eternità perduta, Fanucci, 1980). L’idea che Simak ha degli alieni è senz’altro atipica per il tempo e tutta la sua bibliografia ne è la testimonianza; anche Simak, ovviamente, era folle… Il protagonista del racconto trova una mattina una navicella spaziale nel campo dietro casa, con un alieno moribondo che poi gli muore in casa e lo sotterra nel campo; ma la science-fiction non è qui. La sf sta nel “sacrificio” che l’essere alieno, rinato grazie al fatto di essere stato seppellito, decide di attuare prima di ripartire, lasciando al terrestre qualcosa che per lui è preziosissima, ma che per il terrestre potrà essere ancor più importante per sconfiggere la sua solitudine. Un estremo sacrificio fatto in segno di amicizia e affetto. Un po’ come Prott con Robert.

Roba da pazzi! Come si fa a fare della fantascienza con queste temi? Qualunque psichiatra non esiterebbe un attimo a sbatterci in manicomio. Dove non è difficile finire se sei un alieno in transito, come abbiamo visto.

Nel 1967 lo aveva fatto anche John Brunner in Quicksand (Sabbie mobili/La donna venuta dal nulla, traduzione di Roberta Rambelli, collana Slan n.37, ed. Libra, 1978); nelle campagne del Galles viene trovata una ragazza dalle fattezze infantili, totalmente nuda, che non parla nessuna lingua conosciuta e che sembra venga appunto dal nulla. Lentamente il medico che la tiene in osservazione nell’ospedale psichiatrico, riesce a svelare il segreto e fa affiorare la civiltà di Llanraw per metterla in contrapposizione con quella terrestre; è uno dei primi e più sottili esempi di temi sociologici del Brunner che poi abbiamo conosciuto per opere di maggior spessore.

A ben guardare girando tra i corridoi dei manicomi letterari della science-fiction, non si trovano solo alieni. Marge Piercy nel romanzo Sul filo del tempo (Woman on the Edge of Time, 1976, tradotto da Andrea Buzzi e pubblicato nel 1990 da Elèuthera) è riuscita a piazzarci in modo decisamente efficace (dal punto di vista letterario, s’intende) anche una portoricana affetta da una sindrome cronotopica che la fa pendolare continuamente con un futuro proiettato di 16 anni dal suo presente.

Insomma, che Erasmo da Rotterdam avesse ragione? Difficile non tessere le lodi della pazzia, visto che senz’altro è uno dei prodotti più interessanti della nostra civiltà, ma non solo: tra i pazzi si possono trovare gli individui più interessanti che ci possano essere. Umani e non.

(Pubblicato sul n.16 di Io Come Autore)

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